Luglio 12, 2026
Città del vino Frascati

Città del Vino, quando il testimone passa ma il metodo resta

di Massimiliano Baglioni

ROMA – Ci sono passaggi di testimone che si esauriscono nel gesto e altri che lasciano una traccia. Quello andato in scena nella Sala Zuccari di Palazzo Giustiniani, al Senato della Repubblica, appartiene alla seconda categoria. Non solo perché ha segnato la fine formale dell’esperienza dei Castelli Romani come Città Italiana del Vino 2025, ma perché ha restituito l’immagine di un territorio che, nel corso di un anno, ha scelto di stare dentro un progetto nazionale con un approccio politico prima ancora che promozionale.

Il titolo passa ora ai territori del Vulture e del Conegliano-Valdobbiadene, designati per il biennio 2026/2027, ma l’appuntamento romano ha avuto il sapore di un bilancio pubblico. L’iniziativa, promossa dal senatore Giorgio Salvitti, consigliere del Ministro dell’Agricoltura della Sovranità Alimentare e delle Foreste, ha messo attorno allo stesso tavolo Governo, Regioni, amministratori locali e vertici dell’associazione Città Italiana del Vino, confermando come il vino continui a essere un tema trasversale, capace di tenere insieme economia, identità e rappresentanza istituzionale.

La presenza del sottosegretario Patrizio La Pietra, insieme a quella di Angelo Radica e Alberto Bertucci, presidente e vicepresidente dell’associazione nazionale, ha dato il quadro di un progetto che, al di là delle celebrazioni, viene considerato uno strumento di governance territoriale. Non a caso, nel corso dei lavori, si sono alternati interventi che hanno parlato di filiere, programmazione e ruolo delle Regioni, con il Lazio rappresentato dall’assessore Giancarlo Righini e la Basilicata chiamata a raccogliere il testimone attraverso il sindaco di Ripacandida Donato Michele Chiarito, l’assessore regionale Carmine Cicala e il presidente Vito Bardi. Dal Veneto, Floriano Zambon e il sindaco di Valdobbiadene Luciano Fregonese hanno delineato le aspettative del territorio che si prepara a entrare nel ciclo successivo.

Dentro questo quadro nazionale, i Castelli Romani hanno scelto di presentarsi non come singoli Comuni ma come area compatta. Le rappresentanze istituzionali di Ariccia, Colonna, Frascati, Genzano di Roma, Grottaferrata, Lanuvio, Lariano, Marino, Monte Porzio Catone, Nemi e Velletri hanno dato forma visibile a un lavoro di coordinamento che, nel corso del 2025, ha tenuto insieme amministrazioni e produttori. Un percorso seguito da vicino da Josè Amici, referente delle Città del Vino 2025 per i Castelli Romani, chiamato a svolgere un ruolo di raccordo tra livello locale e nazionale.

La presenza del senatore Marco Silvestroni, segretario d’Aula del Senato, e la chiusura affidata al presidente della Commissione Agricoltura di Palazzo Madama, Luca De Carlo, hanno rafforzato la dimensione politica dell’iniziativa, collocandola ben oltre la semplice cornice celebrativa.

A raccontare più di ogni intervento il senso dell’esperienza è stato però il gesto finale. La rete V.I.P. – Vino, Identità e Produttori, che riunisce produttori di vino e di eccellenze agroalimentari dei Castelli Romani, ha accompagnato il passaggio di testimone con la donazione del vino “Caligola”, del Pane di Genzano IGP e delle crostatine di Nemi ai partecipanti e alle istituzioni. Un modo per ribadire che, senza filiere vive e riconoscibili, ogni progetto resta vuoto.

Si chiude così l’anno dei Castelli Romani come Città Italiana del Vino 2025. Non un punto finale, ma una parentesi che ha lasciato in eredità un metodo: fare sistema, tenere insieme politica e produzione, parlare ai livelli istituzionali senza perdere il legame con il territorio. In un Paese dove spesso i titoli passano più in fretta delle idee, non è un dettaglio.

Articolo di Massimiliano Baglioni.
Pubblicato su Viaggiare per Viaggiare come contributo giornalistico di analisi territoriale e istituzionale.

Chiusura dell’Itinerrante

Non tutto ciò che conta lascia un segno immediato.
Ci sono passaggi che non fanno rumore, ma modificano il modo di stare nei luoghi. Questo anno dei Castelli Romani come Città Italiana del Vino non si chiude con un titolo che cambia destinazione, ma con un metodo che resta: camminare insieme, riconoscersi territorio, tenere unite le persone alle loro radici.

Perché il vino, come ogni paesaggio vivo, non si racconta da solo. Ha bisogno di mani, di visioni condivise, di un passo lento che sappia attraversare il tempo senza disperderlo.

E mentre il testimone passa, ciò che davvero resta è il cammino.

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