Luglio 12, 2026
Cartina del Vulcano - Fascati

Vinalia Priora 2026: se i francesi avessero avuto il vulcano di Frascati

di Michele Savaiano

“Ci sono luoghi che non si attraversano soltanto con i piedi. Si attraversano con la bocca, con le mani, con la memoria. Frascati è uno di questi. Una terra che sembra quieta, ordinata, addomesticata dal tempo, ma che sotto la pelle conserva ancora il respiro antico del fuoco. Qui il vino non nasce semplicemente dalla vite. Nasce da una ferita geologica diventata fertilità, da una bocca di vulcano che nei secoli ha smesso di bruciare per imparare a nutrire. Vinalia Priora 2026 diventa allora qualcosa di più di una festa del vino. Diventa un ritorno. Un passo lento dentro una geografia fatta di lava, acqua, pietra, mani contadine e calici che non chiedono solo di essere bevuti, ma ascoltati.

Perché ci sono vini che passano.
E poi ci sono vini che restano.

Come certe parole dette bene.
Come certi baci.
Come certe terre che, anche quando sembrano dormire, continuano a parlare.”

C’è una domanda che dovrebbe aprire ogni racconto sul vino di Frascati.

Non quale vino sia.
Non quanto costi.
Non quante bottiglie produca.

La domanda vera è un’altra: se i francesi avessero avuto un territorio come questo, come lo avrebbero raccontato?

Quanti libri avrebbero scritto.
Quante parole avrebbero speso per dire “pietra”, “fuoco”, “acqua”, “mineralità”, “memoria”.
Quanti milioni avrebbero investito per trasformare ogni zolla, ogni vigna, ogni antica colata lavica in un racconto nazionale.

Perché Frascati non è solo un vino.
È una bocca antica.

Una bocca di vulcano, prima ancora che una bocca umana.

E forse è proprio da qui che bisognerebbe ripartire, nell’edizione 2026 di Vinalia Priora: dal legame profondo tra la terra che parla e la bocca che ascolta.

La bocca del vulcano e la bocca dell’uomo

Il vino si assaggia con la bocca.

Sembra una cosa semplice, quasi banale. Ma la bocca non serve solo a bere.

La bocca bacia.
Ama.
Racconta.
Mastica.
Consola.
Ferisce.
Prega.
Ricorda.

E quando incontra un vino nato su una terra vulcanica, la bocca diventa un luogo di ascolto.

Il naso può essere sedotto dalle componenti volatili: pesca, camomilla, acacia, fiori bianchi, pietra bagnata, pietra focaia. Il profumo arriva, sfiora, promette. Ma è la bocca che decide. Perché la bocca non mente.

È lì che il vino resta.
È lì che si misura la persistenza.
È lì che la storia smette di essere racconto e diventa corpo.

Il Frascati, quando è figlio vero della sua terra, non si limita a passare. Si deposita. Come lava antica. Come sedimento. Come memoria minerale.

La sua sapidità spesso viene scambiata per acidità. Sembra una lama fresca, ma non è solo freschezza. È sale. È pietra. È vulcano. È quella tensione che nasce da un suolo che ha ricevuto, nei secoli, strati su strati di materia viva: ceneri, lapilli, lave, minerali, acque sotterranee.

Un vino così non va solo annusato.
Va tenuto in bocca.
Va lasciato parlare.

Perché il vulcano non urla più, ma continua a raccontare.

Frascati: una mano, una fiamma, una mappa

Guardando la cartina delle cantine aderenti a Vinalia Priora, l’area rossa del territorio sembra quasi prendere forma.

Può sembrare una mano.
La mano di chi lavora. Di chi pota. Di chi raccoglie. Di chi ha imparato a riconoscere la vigna dal respiro della terra.

Ma può sembrare anche una fiamma.
Una fiamma antica, rimasta accesa sotto la superficie, memoria del grande vulcano dei Colli Albani su cui tutto questo territorio si è formato.

Frascati, Monte Porzio Catone, Grottaferrata, Vermicino, Squarciarelli, Cisternole, Colle Mattia: non sono soltanto nomi sulla carta. Sono vene. Sono pieghe del territorio. Sono passaggi.

E dentro questa geografia c’è qualcosa che va oltre il vino.

C’è il lavoro delle mani.
C’è la bocca del vulcano.
C’è la bocca dell’uomo.
C’è il pane.
C’è l’olio.
C’è il vino.

Tre parole semplici, quasi povere. Eppure dentro c’è tutta la civiltà mediterranea.

Un territorio che non ha bisogno di inventarsi una storia

“Nessuno ha una storia come la nostra.”

Detta così può sembrare una frase forte. Ma qui non è presunzione. È constatazione.

Il vino dei Castelli Romani viene da lontano. Molto lontano.

La viticoltura in quest’area affonda le proprie radici nell’antichità romana, in un territorio legato al suolo vulcanico dei Colli Albani e alla centralità del vino nella vita quotidiana, nei riti, nei banchetti, nella dieta e nella cultura.

I vini di Tusculum, di Albano, dei colli che guardavano Roma, erano conosciuti e apprezzati già nel mondo antico. Il vino non era solo piacere. Era nutrimento, rito, commercio, identità.

Si beveva diluito, si lavorava, si trasportava, si vendeva. A volte si tagliava. A volte si adattava al gusto, alla distanza, al mercato. E qui nasce anche una storia meno raccontata: quella del vino che partiva, che circolava, che arrivava altrove, persino nei mercati più blasonati, spesso senza che il suo territorio d’origine venisse davvero riconosciuto per ciò che era.

Perché una cosa è produrre valore.
Un’altra è saperlo raccontare.

E qui, forse, abbiamo lasciato troppo spazio agli altri.

Se fosse stato in Francia

Se questo vulcano fosse stato francese, probabilmente ogni pietra avrebbe avuto un nome.

Ogni collina sarebbe diventata una pagina.
Ogni vigna, un cru.
Ogni cantina, un frammento di mitologia.

Avrebbero raccontato la profondità del suolo, la stratificazione lavica, la progressione del sorso, la persistenza minerale, la bocca salina, la luce dei colli, il rapporto tra acqua e fuoco.

Avrebbero detto che qui il vino nasce dove la terra è stata aperta dal fuoco e poi addolcita dal tempo.

E forse avrebbero avuto ragione.

Si dice spesso che l’Etna sia la Borgogna del Sud. Ed è una definizione potente, elegante, giusta per certi versi.

Ma allora bisognerebbe avere il coraggio di dire anche un’altra cosa: il Frascati non deve vivere di paragoni. Non deve diventare la copia minore di nessuno.

Il Frascati deve tornare a essere Frascati.

Non un vino da consumare distrattamente.
Non un nome da dare per scontato.
Non un’abitudine da fraschetta raccontata male.

Ma un territorio intero, con la sua voce, la sua memoria, il suo vulcano spento solo in apparenza.

Il dovere della memoria

Vinalia Priora 2026, allora, non può essere soltanto una manifestazione del vino.

Può diventare un atto di memoria.

In un tempo in cui tutto viene consumato velocemente, in cui i social trasformano ogni racconto in una superficie, Frascati ha bisogno dell’opposto: profondità.

Strato su strato.
Come il vulcano.
Come il vino.
Come la bocca quando trattiene un sapore e non lo lascia andare.

Raccontare Frascati significa anche parlare di consumo del territorio, di abusivismo, di paesaggio ferito, di memoria agricola spesso sacrificata in nome di un’idea frettolosa di sviluppo.

Perché il vino non nasce nel vuoto.

Nasce in un paesaggio.
E se il paesaggio perde anima, anche il vino perde voce.

Qui le chiese sono state costruite anche su pietre vulcaniche. Le case, le strade, le vigne, le cantine portano addosso la stessa materia. Frascati è una città cresciuta sopra una memoria geologica e spirituale insieme.

La pietra non è sfondo.
È fondamento.

Il ponte tra Ulisse, Roma e i Castelli

Ogni territorio antico vive anche di miti.

E i Castelli Romani sono pieni di passaggi, di leggende, di nomi che uniscono la storia alla narrazione. Il Lazio è terra di approdi, di figli, di fughe, di fondazioni. È il luogo dove il mito non resta fermo nei libri, ma sembra ancora passare tra una collina e l’altra.

C’è un ponte invisibile che unisce il Mediterraneo di Ulisse alla romanità, la fertilità della terra alle dee antiche, il lavoro dei contadini alle tavole moderne.

Intorno al leggendario Lago Regillo, nelle aree drenate e rese fertili, la terra sembra aver continuato a fare quello che ha sempre fatto: trasformare ciò che riceve.

Acqua in frutto.
Fuoco in minerale.
Mani in vino.
Memoria in futuro.

Pane, olio e vino

Alla fine, forse, tutto torna lì.

Pane, olio e vino.

Non come cartolina rurale.
Non come nostalgia da vendere ai turisti.

Ma come grammatica essenziale di una civiltà.

Il pane chiede il morso.
L’olio chiede la luce.
Il vino chiede la bocca.

E nella bocca avviene l’incontro tra il corpo e la terra. La sapidità, l’amaro, il dolce, il piccante, la persistenza, la freschezza apparente, quella “finta acidità” che spesso è invece tensione minerale, diventano un linguaggio.

Un linguaggio più sincero di tanti discorsi.

Perché un vino può essere raccontato male, venduto male, capito male.
Ma quando arriva in bocca, se ha una storia vera, quella storia si sente.

Vinalia Priora come ritorno alla profondità

Forse Vinalia Priora 2026 dovrebbe essere questo: un ritorno alla profondità.

Non solo degustazioni.
Non solo calici.
Non solo eventi.

Ma una nuova educazione dello sguardo e del gusto.

Guardare una mappa e vedere una mano.
Guardare una collina e vedere una colata antica.
Bere un sorso e sentire che non è solo vino, ma territorio che persiste.

Frascati non ha bisogno di inventarsi un mito.
Deve solo smettere di dimenticare quello che è.

Perché sotto ogni vigna c’è il vulcano.
Dentro ogni calice c’è la terra.
E dentro ogni bocca che sa ascoltare, c’è ancora la possibilità di raccontare tutto da capo.

Con più rispetto.
Con più memoria.
Con più verità.

E magari, questa volta, senza aspettare che siano gli altri a dirci quanto vale ciò che abbiamo sotto i piedi.

“Alla fine il cammino torna sempre lì: alla terra.

A ciò che abbiamo sotto i piedi e spesso dimentichiamo. A una mappa che può sembrare una mano, una fiamma, una memoria aperta. A un vulcano che non fa più rumore, ma continua a lavorare in silenzio dentro la pietra, dentro la vite, dentro il vino.

Frascati non deve diventare altro.
Non deve inseguire nomi più celebrati, né cercare altrove la propria nobiltà.

La sua grandezza è già qui: nella sapidità che resta in bocca, nelle vigne che resistono, nelle chiese appoggiate su pietre antiche, nel pane, nell’olio, nel vino, nelle mani di chi continua a custodire un paesaggio nonostante tutto.

Forse Vinalia Priora serve proprio a questo: a ricordarci che un territorio non si salva solo proteggendolo. Si salva anche raccontandolo bene.

Con rispetto.
Con profondità.
Con quella voce lenta che non consuma, ma restituisce.

Perché ogni calice di Frascati, se ascoltato davvero, non parla soltanto di vino.

Parla di fuoco diventato terra.
Di memoria diventata gusto.
Di una bocca antica che ancora oggi ci chiede una cosa sola: non dimenticatemi.”

Per continuare il cammino nel territorio di Frascati e dei Castelli Romani:

 

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