L’Arte del Viaggiare Responsabile — Custodire ciò che si attraversa
ART TO ME · Porta V · Impatto e Responsabilità · di Dino Savaiano
La responsabilità non è una lista di regole.
È uno sguardo, quello di chi arriva in un luogo
sapendo già che lo amerà abbastanza da volerlo custodire.
Sessanta milioni di turisti visitano l’Italia ogni anno. Più dell’intera popolazione del Paese. Venezia affonda lentamente, non per colpa del mare soltanto. Le Cinque Terre hanno costruito barriere e contingentamenti per difendersi dai propri visitatori. I borghi più fotografati d’Italia si svuotano di abitanti e si riempiono di souvenir industriali che nessuno ha fatto lì, che non raccontano niente di quel posto, che non alimentano nessuna economia locale.
Il turismo che dovrebbe portare vita porta invece una forma sottile di consumo: dei luoghi, delle culture, delle persone che li abitano. Non perché i turisti siano cattivi, ma perché nessuno ha insegnato loro la differenza tra visitare e abitare, tra guardare e ricevere, tra passare e lasciare traccia.
Questa è la Porta V di Art to Me, l’ultima delle cinque dichiarate nella pagina-manifesto della rubrica. Non a caso è l’ultima: la responsabilità non è il punto di partenza del viaggio consapevole. È il suo compimento, ed è qui che l’arte del viaggiare responsabile trova il suo senso più pieno.
Il manifesto da cui nasce l’arte del viaggiare responsabile
I. La responsabilità come postura interiore
C’è un equivoco di fondo nel modo in cui si parla di turismo responsabile. Si parla quasi sempre di scelte pratiche: il mezzo di trasporto, la struttura certificata, i prodotti a chilometro zero, la raccolta differenziata in hotel. Tutte cose giuste, tutte necessarie, e tutte conseguenze, non cause.
La causa è più profonda. È una postura interiore, la decisione, presa prima ancora di partire, di arrivare in un luogo come ospiti. Con tutta la cura e il rispetto che quella parola porta con sé. L’ospite non riscrive le regole della casa in cui è accolto. Non pretende che il territorio si adatti ai propri ritmi. Non riduce la complessità di una cultura a un’esperienza da consumare nel tempo di un weekend.
L’ospite porta con sé gratitudine.
Per l’accoglienza, per la bellezza,
per la disponibilità di chi abita quel luogo
a condividerlo con qualcuno che viene da altrove.
Questa postura non si acquisisce leggendo un vademecum. Si acquisisce attraverso l’esperienza del viaggio lento, attraverso la pratica della sosta, dell’ascolto, della presenza prolungata in un luogo. Chi ha camminato per giorni su un sentiero dell’Appennino, chi ha dormito in un borgo e si è svegliato con il rumore delle campane e non del traffico, chi ha mangiato in una trattoria dove la cuoca è anche la proprietaria e i tavoli sono quattro: quella persona ha già capito cosa significa essere ospite. Non l’ha studiato: l’ha vissuto.
II. Custodire i borghi che scompaiono
L’Italia ha oltre cinquemila borghi classificati a rischio spopolamento. Non muoiono per mancanza di bellezza, l’Italia è il Paese con il maggior numero di siti UNESCO al mondo, e la maggior parte di quella bellezza non sta nelle grandi città. Sta nei borghi, negli eremi, nei castelli medievali, nelle chiese di campagna, nei tratturi, nei terrazzamenti. Muoiono per mancanza di presenza, di persone che ci vivano, che ci lavorino, che li attraversino con l’intenzione di sostenerli.
Il viaggiatore responsabile che sceglie un borgo dell’Appennino lucano o molisano invece di una destinazione già satura non sta facendo una scelta etica astratta. Sta portando la propria presenza in un luogo che ne ha bisogno, fisicamente, economicamente, simbolicamente.
Dormire in paese, mangiare in trattoria,
comprare dall’artigiano locale, fermarsi a parlare con chi è rimasto.
Ogni gesto di questo tipo è un atto di custodia.
Non sentimentale, non nostalgico: concreto. La notte spesa in un agriturismo di un borgo a rischio vale per quell’economia locale più di dieci notti in una catena alberghiera di una città già satura. Il pranzo in una trattoria di paese sostiene una famiglia, un produttore locale, una tradizione gastronomica che senza quella trattoria non avrebbe dove esistere. Il souvenir comprato direttamente da un artigiano è l’unico souvenir che racconta davvero qualcosa del luogo da cui proviene.
I borghi dell’Italia lenta, Civita di Bagnoregio, Pentedattilo in Calabria, Consonno in Lombardia, i paesi fantasma dell’Irpinia dopo il terremoto dell’ottanta, non chiedono di essere salvati con la retorica. Chiedono di essere visitati con lentezza, con intenzione, con la disponibilità a spendere dove si è accolti invece che dove è più comodo.
I cammini come infrastruttura contro lo spopolamento dei borghi
III. La lentezza come atto ecologico
Il viaggio lento è, strutturalmente, il viaggio più responsabile che esista. Non solo perché produce meno emissioni, anche se è vero: un viaggio in treno tra Milano e Roma produce un terzo delle emissioni di un volo equivalente, e un cammino a piedi produce solo il peso dei propri passi.
Ma la ragione più profonda non è tecnica. È relazionale. La lentezza cambia il tipo di relazione con il territorio che si attraversa: invece di consumarlo come una scenografia, lo si incontra come un interlocutore. Invece di estrarne esperienze, lo si abita, anche solo per qualche giorno, anche solo per una tappa.
Il camminatore che percorre la Via Francigena a piedi
non lascia la stessa traccia del turista che arriva in pullman.
Non solo nell’ambiente, nella relazione.
Chi cammina la Via Francigena nel Lazio, o il Cammino di Francesco attraverso l’Umbria, o i tratturi del Molise in autunno, conosce i luoghi con una profondità che nessun tour organizzato potrebbe produrre. Conosce la fatica del terreno, la qualità dell’acqua delle fontane lungo il percorso, il nome del parroco del borgo dove ha dormito, il sapore del vino che gli è stato offerto senza chiedergli niente. Quella conoscenza produce rispetto, non come imperativo morale, ma come conseguenza naturale dell’incontro.
Non si consuma facilmente ciò che si conosce davvero. Non si lascia spazzatura in un bosco dove si è stati accolti dal silenzio. Non si rompe la quiete di un borgo dove si è dormito con il suono delle campane come sveglia. Il rispetto nasce dalla relazione, e la relazione nasce dalla lentezza.
IV. Il custode e il consumatore
Vale la pena nominare esplicitamente, nell’arte del viaggiare responsabile, la distinzione tra due figure che il turismo di massa ha confuso: il custode e il consumatore del territorio.
Il consumatore arriva con una lista di esperienze da spuntare, un tempo definito, un budget da ottimizzare. Porta via ricordi e lascia denaro, ma non necessariamente lascia qualcosa di positivo. La sua presenza può essere neutra, a volte dannosa: se si concentra sempre negli stessi luoghi, se non distribuisce la propria spesa nell’economia locale, se tratta il territorio come uno sfondo per le proprie fotografie.
Il custode non è un turista migliore.
È una figura diversa, con una relazione diversa
con i luoghi che attraversa.
Il custode arriva con una disponibilità diversa. Quella di ricevere ciò che il luogo ha da offrire, non ciò che si aspettava di trovare. Quella di partecipare alla vita del territorio invece di osservarla da distanza sicura. Quella di lasciare qualcosa in cambio di ciò che riceve: attenzione, rispetto, economia locale alimentata, a volte semplicemente la propria presenza prolungata in un posto che ne ha bisogno.
Il custode sa che ogni luogo porta in sé una fragilità che il turismo può amplificare o attenuare. Venezia è fragile. Le Cinque Terre sono fragili. Ma è fragile anche il borgo dell’entroterra campano che nessuno visita più, dove l’ultimo artigiano ha chiuso bottega perché non c’era più nessuno a comprare. La responsabilità del viaggiatore riguarda entrambe le fragilità, quella da eccesso di presenza e quella da assenza.
V. Il compimento del manifesto
Art to Me è cominciata con il gesto del Sostare, fermarsi come atto di coraggio. Ha attraversato il vedere e il sentire, il perdersi, il ritrovare, il tornare, la soglia. Ha aperto le porte della leggerezza, degli incontri con le arti, della dimensione notturna e stagionale. Ha esplorato il pane, la pizzica, la neuroestetica, il fuoco minimo del bivacco.
Tutto questo, ogni gesto, ogni porta, ogni riflessione, portava verso qui. Verso la domanda che la responsabilità pone con semplicità disarmante: cosa faccio, con ciò che ho ricevuto?
La risposta del viandante consapevole non è una lista di buone pratiche. È una relazione, con il territorio, con chi lo abita, con chi verrà dopo di lui a percorrere gli stessi sentieri, a dormire negli stessi borghi, a bere alla stessa fontana. Quella relazione si chiama custodia. E la custodia, quando è vera, quando nasce dall’amore e non dall’obbligo, è la forma più alta che l’arte del viaggiare responsabile possa raggiungere.
Non si custodisce ciò che non si ama.
E non si ama ciò che non si è imparato a vedere.
Tutto il resto, ogni gesto, ogni porta, ogni sosta,
era preparazione a questo.
La Porta V è aperta. Il manifesto di Art to Me è completo. Il viaggio, quello vero, quello che trasforma, può continuare.
La soglia finale del viaggio consapevole
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