
Racconto III
Reopasto
La colomba che scende –Contigliano · alba di dicembre · borgo abbandonato
“So di non sapere.”
— Socrate
Non è un’alba radiosa. È un crepuscolo mattutino fatto di sfumature color ardesia, indaco, nebbia lattea che sale dalla piana reatina. Dormiamo a intermittenza nell’automobile, svegliati dal richiamo lontano di qualche animale notturno. Poi, lentamente, l’oscurità cede.
Rimettiamo in moto. Il motore freddo tossisce un istante prima di stabilizzarsi. Ci muoviamo nel primo chiarore verso il territorio di Contigliano.
San Lorenzo in Quintiliano
La prima sosta è per la Chiesa di San Lorenzo in Quintiliano, isolata nella campagna. Parcheggiamo sul ciglio erboso coperto di brina vitrea. Attraverso i cristalli appannati dal nostro respiro, i suoi archi cistercensi spezzati tagliano il cielo crepuscolare come costole di un gigante addormentato.
Non entriamo. A volte basta restare fuori. Guardare.
Editta osserva la chiesa in silenzio. La luce aumenta di un grado infinitesimale. Poi risaliamo in auto.
Il borgo fantasma
Qualche chilometro più in là, entriamo nelborgo fantasma di Reopasto.
Il crepuscolo illumina le case abbandonate a metà del Novecento con una luce spettrale, priva di ombre nette. Camminare qui a quest’ora significa assistere alla liturgia del risveglio della natura sulle macerie umane. Le porte delle case sono accostate. La vegetazione penetra dalle finestre rotte, avvolgendo i vecchi intonaci e i piccoli altari domestici. Ogni soglia è un confine tra ciò che fu vissuto e ciò che ora vive senza di noi.
Avanzo da solo fino alla vecchia Chiesa di Sant’Andrea.
La colomba
La facciata è aggredita dai rovi.
Ma l’occhio viene catturato da un dettaglio che resiste al tempo: scolpita nella pietra, con una nitidezza che non appartiene al luogo né all’ora, si staglia la colomba dello Spirito Santo. Ha le ali spiegate. È colta in un eterno volo discendente. Circondata da una fitta raggiera.
Scende.
Non sale. Scende.
Resto immobile. Il tempo si interrompe nel modo in cui si interrompe solo nei sogni e nei luoghi abbandonati: non si ferma, si apre. Penso a Socrate: la vera saggezza inizia solo quando ci si libera dalla presunzione di conoscenza.Chi crede di sapere è intrappolato nell’illusione. Chi riconosce il proprio vuoto — la propria personale Kenoma — è finalmente pronto.
Quella colomba scende solo dove trova uno spazio vuoto ad accoglierla.
Un brivido di freddo mi ridesta. Mi volto per cercare Editta. Per dirle che ho capito. Che la notte ha compiuto il suo lavoro.
Dietro di me c’è solo il silenzio di Reopasto.
Editta è svanita nel nulla.
Le chiavi dell’automobile pesano nella mia tasca. Intorno, solo il fruscio dell’edera e il marmo freddo dello Spirito Santo, testimone muto di un cammino che, forse, è sempre stato un soliloquio.
Soglia
Non so quanto rimango in piedi davanti alla chiesa. So che quando torno all’auto, mi siedo e non accendo il motore.
Gli Invisibilia Domini non accompagnano il traguardo. Aprono la porta e si ritirano. È questo il loro ufficio: sollevare il velo fino al punto esatto in cui l’occhio — se è abbastanza limpido — può vedere da solo.
La dotta ignoranza non è sapere di non sapere. È riposare nel non sapere. È fare del vuoto la propria casa.
Fuori, la nebbia della piana reatina comincia a salire. I rovi della chiesa di Sant’Andrea si muovono appena nel vento. La colomba di pietra scende ancora, eterna, verso qualcosa che non è il suolo.
Quella notte, nella Sabina di dicembre, avevo incontrato la Noxfilia. Avevo imparato che l’oscurità non è il contrario della luce: è il suo grembo.
Adesso so che c’è un passo ancora oltre. Oltre la veglia. Oltre il cammino.
Forse si chiama Sogno.Ma questa è un’altra notte. Un altro confine.
fine del terzo racconto ·
(continua — Il ciclo del Sonno)
© RIPRODUZIONE RISERVATA


