
Casperia
Geometrie del Vuoto Sacro –Sabina reatina · dicembre
“La paura dell’ignoto non è un difetto dell’anima. È il suo organo più antico.”
— Editta
I motori si spengono, ma il ronzio del mondo non si ferma subito. Ci mette un po’ a evaporare dalle orecchie, specialmente quando hai appena lasciato ivicoli verticali di Roccantica. La mia ultima notte lì aveva ancora il sapore della pietra calcarea e lavertigine verde della Dolina del Revotano, quel retro-spazio della realtà dove la terra sembra aver trattenuto il respiro per secoli.
Girando la chiave d’accensione, la vecchia auto smette di essere un mezzo di trasporto. Diventa il nostroEremo Mobile. Nell’economia del viaggio lento, l’abitacolo è una cella monastica su ruote: un guscio di metallo e vetro che filtra il mondo esterno e lo accoglie a piccole dosi. L’aria dicembrina è gelida, intessuta di quel sentore acre di fumo di legna e nebbia che preannuncia l’inverno profondo.
Nel momento in cui credevo di aver raggiunto qualcosa, mi accorsi che non avevo ancora capito niente. Ero intrappolato nell’illusione del mio stesso Ego, convinto che accumulare chilometri e mappare rovine coincidesse con il possedere una verità.
«Stai di nuovo misurando l’Infinito con strumenti finiti. Sei un ignorante che presume di sapere. Ti sei fermato a un’illusione dei sensi, credendo che la luce sia una meta da conquistare — un premio per aver superato la notte.»
Le parole di Editta, mutuate dalla dotta ignoranza di Cusano, scrostano le mie certezze proprio mentre imbocchiamo la rotta verso Rieti. Il suo sguardo è fisso sul cruscotto vintage. Non batte ciglio.
La lumaca di pietra
Scalando in seconda marcia, l’automobile scivola lungo i nastri d’asfalto screpolato che costeggiano gli ulivi. Da lontano, Casperia appare come una lumaca di pietra aggrappata alla collina: una geometria perfetta di cerchi concentrici che non ha bisogno di essere spiegata per essere compresa. Esiste. Basta.
Parcheggiamo ai margini della struttura medievale. Il rumore metallico del freno a mano risuona nel silenzio del mattino come un colpo di campana.
Quando entriamo a piedi, la percezione cambia in modo che non saprei descrivere senza tradirlo. Non c’è nessuno. Ma non è il vuoto spaventoso dell’abbandono. È il vuoto sacro della pura presenza. I gradini di pietra logora salgono verso l’alto, gli archi creano inquadrature simmetriche che incorniciano porzioni di cielo immobile. Avverto qualcosa di sottile. Un’inquietudine che non è paura.
«La senti? Molto prima che venisse spiegata dalla psicologia, era qualcosa di antico quanto l’essere umano stesso. Non è un semplice timore. È una reazione profonda davanti a ciò che non può essere controllato, previsto o compreso. Le antiche tradizioni non cercavano di eliminarla. Cercavano di darle un volto.»
Camminiamo rasente ai muri. Non ci guardiamo. Non serve.
Il sale sulle finestre
Ritornati all’auto, lasciamo che le ruote scricchiolino sul fondo ghiaioso verso la Villa Monastero di Santa Maria in Legarano. Il tempo qui si fa poroso tra trame di opus reticulatum e severe mura cenobitiche. Su un davanzale di pietra spoglia, noto una sottile striscia di sale grosso sbiadita dalle piogge.
«L’ignoto abitava ovunque: nei boschi immersi nella nebbia, nelle case silenziose, nelle strade percorse di notte, nelle porte lasciate socchiuse. Molti rituali di protezione nacquero da questo. Candele accese, sale sulle finestre, amuleti, preghiere sussurrate. Piccoli gesti tramandati senza sapere più davvero il motivo. Come se intere generazioni avessero percepito che il mondo visibile non fosse tutto ciò che esisteva.»
Il sacro abita nel non-visto. In questo spazio di transizione, tra la Villa e il borgo, tra ciò che fu monastero e ciò che ora è solo pietra, mi rendo conto che Casperia non si visita. Si attraversa. Come si attraversa una soglia.
E le soglie esistono perché qualcosa, dall’altra parte, aspetta.
fine del primo racconto
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