
Il Bal do Sabre di Bagnasco: la Geometria del Tempo e l’Alchimia delle Spade
diDino Savaiano
Nel cuore più profondo del cuneese, dove l’Alta Val Tanaro comincia a stringersi tra i primi contrafforti alpini e le ultime propaggini liguri, esiste un rito antico che sfida l’oblio del tempo. Non è una semplice rievocazione storica, né una messinscena ad uso e consumo dell’overtourism contemporaneo. È il Bal do Sabre di Bagnasco, una danza armata rituale che ogni anno si fa carne, ritmo e memoria.
Inserire questo evento tra i passi di Voci dal Territorio significa anzitutto compiere un atto di resistenza culturale. E qui la parola resistenza non è una licenza poetica. Il ballo non si è tramandato senza interruzioni: le testimonianze fotografiche e manoscritte attestano rappresentazioni sporadiche tra il 1870 e il 1952, poi un lungo silenzio. Solo nel 1968 un gruppo di giovani del paese, innamorati della memoria di casa propria, lo ha riportato in piazza. Bagnasco non ha semplicemente conservato una tradizione: l’ha fatta resuscitare. Significa fermarsi, disconnettersi dal flusso frenetico del click continuo e mettersi in ascolto. Perché il Bal do Sabre non si guarda soltanto: si percepisce con lo stomaco, seguendo il battito sordo dei tamburi che dettano il tempo alla terra.
L’intreccio delle lame: dove la morte genera la vita
Il nucleo più antico del Bal do Sabre non racconta i Saraceni. Racconta la terra. Le sue radici affondano in un antico rito agrario di fertilità, imparentato con la Schwerttanz dei paesi germanici, di cui condivide gli elementi costitutivi: la catena, la rosa, il cerchio, la treccia. Dodici danzatori, dodici come i mesi dell’anno, stringono in mano sciabole metalliche e si muovono in cerchio. Non c’è violenza nei loro gesti, ma una geometria sacra.
Solo più tardi, quando il significato rituale originario cominciò a sfuggire agli stessi danzatori e al pubblico, la memoria collettiva di Bagnasco vi sovrappose una leggenda: quella delle scorrerie saracene che, nell’alto medioevo, imposero il loro dominio sull’entroterra ligure-piemontese, di cui restano ancora oggi i ruderi di un castello sull’altura che domina la valle. A quei ruderi si legò il racconto di Protasio Gorrisio, contadino del paese, condannato a morte per aver rifiutato di dare la propria figlia in sposa a Ramset, capo dei Saraceni invasori. È il rifiuto, prima ancora della condanna, il vero cardine del dramma: un contadino che oppone la propria volontà al potere dell’invasore, e la paga con la vita.
Un contadino che oppone la propria volontà al potere dell’invasore
Le spade si incrociano, si sovrappongono, creano catene indistricabili e, infine, formano la “rosa”: una grata di lame che cinge il collo del condannato.
Sotto la leggenda del rifiuto e della vendetta saracena pulsa ancora il battito più antico: quello del ciclo stagionale, dell’inverno che stringe la morsa sul raccolto per poi cedere il passo alla rinascita.
È il momento centrale del dramma popolare. Ma nella filosofia del viaggio consapevole questo cerchio d’acciaio custodisce due strati di senso, non uno solo. Il primo è quello che il paese ricorda a parole: l’onore, l’invasore, la condanna. Il secondo è quello che il corpo ricorda ancora, nel ritmo dei tamburi e nella forma circolare della danza: la morte rituale come unica via per fecondare la terra e accogliere la nuova vita.
Gli archetipi in scena: i personaggi del dramma
Il Bal do Sabre non è solo movimento, è un teatro di archetipi itineranti che animano il borgo.
L’Araldo è la voce della memoria, colui che apre il varco temporale e narra le vicende, scandendo l’inizio del rito e richiamando la comunità alla sosta e all’attenzione.
Il Giullare è figura liminale per eccellenza, dissacrante e tragica insieme. Con i suoi sberleffi e la sua apparente follia allenta la tensione drammatica della condanna, portando in scena quel caos che la geometria ordinata delle spade sembra volere, alla fine, ricomporre.
Il Condannato, Protasio, e il Capo Saraceno, Ramset, rappresentano l’eterno scontro tra il custode della terra e l’invasore esterno. La sottomissione di Protasio sotto la “rosa” di spade è il sacrificio necessario affinché la comunità possa purificarsi e rifiorire.
Dalle Alpi al Salento: il filo invisibile delle danze armate
C’è un filo sotterraneo, un cammino invisibile che unisce le montagne del Piemonte alle terre aride del Sud Italia. Se a Bagnasco le sciabole si intrecciano per creare legami comunitari e geometrie sacre, scendendo lungo lo stivale incontriamo un’altra declinazione dello stesso archetipo coreutico.
Il pensiero corre a Torrepaduli, nel Salento, dove nella notte di San Rocco prende vita la Pizzica Scherma, la danza dei coltelli. Le analogie antropologiche sono folgoranti, ma le differenze rivelano la ricchezza d’identità del nostro territorio.
La forma del rito cambia radicalmente. A Bagnasco la danza è collettiva e corale, basata sulla catena geometrica dei dodici danzatori che agiscono come un unico organismo. A Torrepaduli la scherma è un duello a coppie, una sfida d’onore e di agilità dove le dita mimano il coltello.
Cambia anche lo strumento della contesa. Le sciabole piemontesi uniscono i corpi, diventando ponti fisici tra i ballerini. I coltelli virtuali del Salento separano i corpi, misurando lo spazio del rispetto, della provocazione e della difesa all’interno della “ronda”.
Resta però un nucleo comune sotto entrambe le forme: l’uso del movimento armato ritualizzato per canalizzare l’aggressività, celebrare l’identità comunitaria e trasformare il conflitto, storico o sociale, in un’opera d’arte vivente. E c’è di più: questo filo non si ferma ai confini italiani. Il Bal do Sabre appartiene a una famiglia europea più ampia di danze a catena con la spada, imparentata con la Schwerttanz tedesca e con le rapper e long sword dance inglesi, di cui condivide la struttura circolare e la trama di lame intrecciate. Bagnasco è oggi tra i pochissimi paesi rimasti, in Italia e in Europa, ad aver mantenuto viva questa forma di danza.
Che si tratti del ferro delle valli alpine o del ritmo ossessivo del tamburello pugliese, l’Italia delle tradizioni continua a parlarci con la stessa voce primordiale.
La lezione del Bal do Sabre
Questo ballo insegna la geometria del legame. Nessun danzatore può muoversi da solo: la catena di sciabole richiede sincronia, fiducia, presenza assoluta. È la stessa presenza che cerchiamo nei nostri cammini, quella capacità di abitare il qui e ora, lasciandosi attraversare dallo spirito del luogo.
Il Bal do Sabre è il fuoco rituale che tiene in vita la comunità. Una tradizione che si è spenta e riaccesa, che ha perso il suo significato originario e ne ha trovato uno nuovo senza smettere di danzare. È una soglia aperta sul mistero del nostro passato, fiera e instancabile, nel cuore del Piemonte.
Il Bal do Sabre è il fuoco rituale che tiene in vita la comunità
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