
RACCONTO III
Tresigallo
L’utopia astratta nella città metafisica
Tresigallo • Ferrara • pianura padana • luce senza ombre
“La geometria non cancella l’Invisibile: ne disegna soltanto i confini.”
di Dino Savaiano
Non c’è stato alcun viadotto né il rumore di una vettura in marcia. Il pavimento bagnato di ciottoli di Colle di Sogno si è semplicemente steso, appiattendosi in un piano perfetto, liscio, di una geometria spietata. La nebbia di collina si è fatta un velo di caligine padana, bianca e immobile, sospesa tra le acque del Po e la pianura ferrarese.
Il pavimento bagnato di ciottoli di Colle di Sogno si è semplicemente steso
Mi ritrovo al centro di Tresigallo.
I. La città metafisica
Non ci sono le pietre organiche dei borghi antichi. Attorno a me ci sono volumi puri, archi trionfali, torri cilindriche e prospettive ortogonali in stile razionalista: la città che il gerarca Edmondo Rossoni fece costruire negli anni Trenta del Novecento sulla pianura ferrarese, come si costruisce un argomento — tutto al suo posto, niente di accidentale. Le strade sono spalancate e rigide, del tutto vuote in questa mattina invernale. La luce non proviene da un sole riconoscibile, ma da un cielo plumbeo e uniforme che cancella le ombre riportandole a silhouette nette sul porfido chiaro.
De Chirico l’avrebbe dipinta così. Probabilmente l’ha dipinta, senza saperlo.
Lucidia cammina al mio fianco lungo il viale squadrato, la figura eretta tra i palazzi dipinti in tonalità pastello gessose. Ci fermiamo di fronte all’edificio azzurro con la grande scritta ad archi razionalisti: SOGNI. Un’architettura nuda, concepita per contenere il vuoto e la contemplazione.
II. Il pane e la salama
Estraggo dalla sacca un pezzo di Coppia Ferrarese spezzato a metà, il tipico pane croccante con le sue quattro corna ritorte come nodi di pietra, impastato con strutto e farina tostata. Il sapore mi restituisce la materia fisica di questo suolo di bonifica: questo posto existe, è reale, ha una storia precisa e dura fatta di argini, risaie, lavoro. Poco più in là, l’aroma speziato di noce moscata, chiodi di garofano e vino rosso, proprio della salama da sugo, svicola nell’aria fredda da una finestra serrata. Straniante e concreto allo stesso tempo.
«Quando l’anima percepisce il mistero, il suo primo impulso è costruire una prigione di forme perfette. Tresigallo è questo: il tentativo di dare una geometria rigorosa a ciò che per sua natura è fluido e inafferrabile.»
Passeggiamo fino a Piazza Italia. La curvatura a D della piazza e l’arco monumentale sembrano porte d’accesso verso una dimensione parallela, ma è la caratteristica di tutte le piazze costruite col righello: producono prospettive che non finiscono dove dovrebbero finire, che portano lo sguardo oltre il punto previsto.
III. La geometria che si rompe
Lucidia indica le sequenze di pilastri identici della Casa del Ricamo e i portici della chiesa di Sant’Apollinare, che si perdono nel grigio uniforme del cielo padano.
«Tutto qui è stato progettato per rassicurare lo sguardo. Ma è un’illusione. La geometria non cancella l’Invisibile: ne disegna soltanto i confini.»
Ruota leggermente l’anello solare d’ottone che le pende sul petto. La croce in pietra nera risplende di un lampo dorato sotto la luce radente — l’unica luce obliqua di tutta questa mattina piatta.
«Hai cercato di dare un nome e un ordine al tuo percorso. Ma la mente non può esaurire il cammino. Per continuare, devi accettare che la geometria si rompa e diventi labirinto.»
Nel silenzio assoluto di Viale Roma, una folata di vento muove le scritte geometriche sui muri. Poi, dallo stomaco, da quella stessa profondità in cui la voce di Lucidia vibra senza essere prodotta, sale la frase incompleta:
Vide in umbris, tene in luce…
Lucidia mi fa segno di avanzare verso le ombre nette dei portici. Le architetture razionaliste di Tresigallo cominciano a incurvarsi leggermente ai margini del mio campo visivo: l’effetto della luce uniforme, del freddo, delle ore passate a camminare. Le linee rette sembrano perdere la loro rigidità. Lo spazio si prepara a qualcosa.
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