
RACCONTO I
Il Risveglio nel Bosco
La Soglia di Reopasto · Contigliano, Rieti · alba di dicembre
“Ci sono porte che ogni notte attraversiamo senza accorgercene.” — Lucidia
diDino Savaiano
Non c’era un rumore di passi che si allontanava. Nessun fruscio di foglie secche. Mi ero voltato davanti alla facciata della chiesa di Sant’Andrea a Reopasto per cercare Editta, ma dietro di me c’era soltanto la caligine della piana reatina e il marmo freddo della colomba scolpita. Editta era svanita nel nulla. Le chiavi dell’automobile pesavano nella mia tasca. Ho mosso un passo indietro.
Il freddo di dicembre aveva lavorato per ore sul mio corpo, le ore della sosta notturna tra Montasola e Contigliano, l’alba nel campo di brina, la lunga contemplazione davanti alla chiesa. La stanchezza e il gelo producono certe percezioni che la mente sveglia non autorizza: la sensazione che l’aria abbia una consistenza diversa, che il peso del proprio corpo si distribuisca in modo insolito, che il silenzio non sia assenza di suono ma presenza di qualcosa che non ha ancora trovato forma.
La sosta notturna tra Montasola e Contigliano
Il silenzio non sia assenza di suono ma presenza di qualcosa che non ha ancora trovato forma
Ho avvertito tutto questo insieme.
I. La cantilena
Tra i rovi del borgo si è alzato un suono. Una nenia, arcaica e ripetitiva: sillabe senza lingua, scandite lentamente, poi sempre più veloci. Ta na ca sa me ni da. Non riuscivo a stabilire se arrivasse dai muri o dalla stanchezza delle mie orecchie. In certi posti dell’Appennino centrale i suoni del vento imitano voci; chi ci vive lo sa e non se ne stupisce. Ho lasciato che quel ritmo attraversasse la mia testa senza trattenerlo.
Dopo qualche minuto, o forse di più, non avevo modo di misurarlo, il suono è sparito. Mi è venuto spontaneo alzare gli occhi.
La caligine della piana si era addensata. Non vedevo più il profilo dei tetti di Reopasto né la cima spoglia dei noccioli. Sopra di me, folte chiome di foglie si muovevano nel vento. Ho abbassato gli occhi. Il mio respiro era tranquillo, lungo, lento, come dopo un lungo cammino in salita, quando il corpo trova finalmente il suo ritmo e smette di combattere la pendenza.
II. Il bosco
Ho camminato verso la vegetazione più fitta ai margini del borgo. Il freddo aveva ceduto di qualche grado, o forse ero io che avevo smesso di registrarlo. Gli occhi sfocati per la stanchezza trasformavano le foglie in qualcosa di indistinto, pulsante. Non avevano più i contorni netti; continuavano a danzare col vento e con il loro muoversi sembravano suggerire qualcosa che non era una parola. Era più simile a una direzione.
Mi sono lasciato guidare da quella direzione.
Ai margini del bosco c’era una casa. Una di quelle che si trovano ancora in certe contrade dimenticate della Sabina: muri in pietra locale, tetto basso, una porta accostata. La tavola dentro sembrava apparecchiata, il pannello di legno annerito dalla luce filtrata attraverso il vetro opaco della finestra, un candeliere, la sedia leggermente spostata. Qualcuno era partito in fretta, o forse non era mai davvero andato via del tutto. Certe case trattengono la forma dei loro abitanti come la pietra trattiene il calore del sole.
Sono entrato.
III. La voce senza volto
L’interno odorava di legno umido e cenere fredda. Nell’oscurità della stanza principale, una voce. Non articolava parole nell’aria, arrivava dallo stomaco, come la nausea o la fame: qualcosa che il corpo riconosce prima che la mente abbia il tempo di classificarla. Non chiamava per nome. Non dava ordini. Era una spinta, un richiamo muto. Una direzione sentita prima di essere capita.
Poi pronunciò una frase, incompleta:
Vide in umbris, tene in luce…
E tacque.
Nella penombra della stanza vidi una donna.
Disse di chiamarsi Lucidia.
Guardandomi con occhi fissi, che non battevano mai le ciglia, come quelli di chi ha rinunciato da tempo a interrompere la propria visione del mondo, mi disse:
«Ci sono porte che attraversiamo da svegli. E altre che ogni notte attraversiamo senza nemmeno rendercene conto.»
Fece una pausa. Poi aggiunse, con la stessa voce che non sembrava prodotta da nessuna parte del suo corpo:
«Ogni luogo è dentro di noi e fa parte di un cammino quasi mai descritto, ma sussurrato dal vento al nostro cuore.»
Strinse tra le dita un piccolo anello solare da contadino, il tipo di oggetto che in certi mercati della Sabina si trova ancora, logorato dall’uso, utile un tempo a misurare l’ombra e il tempo. Lo guardai. Poi mi guardò.
«Tu es dominus, ego sum via.»
IV. La soglia
Mi scostai verso la porta socchiusa. Fuori, la nebbia della piana reatina si muoveva lentamente tra la vegetazione. I rami dei noccioli si riorganizzavano nel vento come fanno sempre, come hanno sempre fatto, eppure in quel momento sembravano tracciare qualcosa: un confine, un inizio.
Il profilo del borgo di Reopasto alle mie spalle stava perdendo definizione nel grigio dell’alba. Lucidia era ancora nella stanza. I suoi occhi fissi sul punto dove il buio e la luce si toccano senza mescolarsi.
Ho attraversato la porta.
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