
I Cammini dello Spirito — Tappa VII
L’Orizzonte di Passaggio
Lauria e la Gravità delle Anime Viandanti
Viaggio nel Vallo del Noce, dove la lavra apre la soglia al deserto interioredi Dino Savaiano · Voci dal Territorio
«Non tutti i luoghi custodiscono un dio. Alcuni custodiscono una soglia, e questo, per chi cammina, vale molto di più.»
Il Nome che Contiene un’Origine
Si arriva a Lauria che il sole è già basso sul Vallo del Noce, quando la luce smette di illuminare le cose e comincia a scavarle. La strada sale da Pecorone e dalla Fontana Borbone, si stringe tra le prime case, e per un tratto lungo il fiato del viandante si allinea a quello del motore che lo ha portato fin lì. Poi qualcosa si rompe. Il selciato prende il sopravvento sull’asfalto, i muri si avvicinano, e la città smette di essere un luogo attraversato per diventare un luogo che attraversa chi vi entra.
Pochi sanno che il nome stesso di Lauria custodisce già la risposta a questa sensazione. Deriva da lavra, la parola con cui l’Oriente cristiano indicava un insediamento di eremiti raccolti attorno a una guida spirituale comune: celle separate, silenzio condiviso, un centro che tiene insieme le solitudini senza confonderle. Prima ancora di essere un borgo fortificato normanno, prima delle sue chiese e dei suoi rioni, Lauria era già, nel nome, un progetto di raccoglimento. La Fisica del Turismo direbbe che qui la massa gravitazionale del luogo precede la sua stessa architettura: il campo di forza esisteva già nella parola, molto prima che la pietra gli desse un corpo.
La massa gravitazionale del luogo precede la sua stessa architettura
Castello e Borgo: le Due Anime di Pietra
Il centro storico si srotola come un ordito di pietra diviso in due anime speculari: il rione Castello e il rione Borgo, cuciti insieme da scalinate che non conoscono la linea retta. Camminare tra i suoi vicoli scoscesi significa compiere un’ascesa che è insieme fisica e termodinamica: ogni gradino sottrae qualcosa al passo frettoloso e lo restituisce, rallentato, alla soglia successiva. Le facciate delle case si stringono l’una all’altra come per proteggere un calore antico, screpolate dal tempo ma mai arrese, mentre i resti del Castello normanno vegliano dall’alto e la chiesa di San Nicola apre la sua porta di pietra come un faro spento durante il giorno e riacceso, ogni sera, dal suono delle campane.
Un’ascesa che è insieme fisica e termodinamica
Poco fuori dal reticolo urbano, verso l’alto, resta il segno del nucleo più antico: il santuario della Madonna dell’Armo, punto attorno al quale la tradizione vuole si sia raccolta la prima comunità di Lauria, quando qui l’attività monastica precedeva ancora la città vera e propria. L’aria, salendo, cambia odore: legna bruciata, muschio, roccia bagnata dopo la pioggia. Il silenzio che avvolge le scalinate non è assenza di vita, ma una densa concentrazione di memoria, lo stesso silenzio che un tempo accoglieva chi arrivava da lontano cercando non una casa, ma una direzione.
La Soglia Esicasta: dalla Piazza al Deserto del Cuore
Per i monaci italo-greci in transito verso l’isolamento radicale delle laure montane, Lauria non era destinazione ma infrastruttura dell’invisibile: un luogo dove attrezzare l’anima prima di consegnarla al deserto. È qui che il tema di questo settimo capitolo del cammino trova il suo fuoco: l’esicasmo, l’arte del silenzio interiore che i Padri chiamavano custodia del cuore. Non una tecnica di evasione dal mondo, ma un esercizio di attenzione radicale, la nepsis, la sobria vigilanza che impara a osservare i propri pensieri senza esserne travolti.
l’esicasmo, l’arte del silenzio interiore
Il borgo, con la sua doppia natura di roccaforte e crocevia, insegna questa distinzione meglio di molte pagine di teologia. C’è una quiete esteriore, quella delle pietre e delle ore vuote nei vicoli di mezzogiorno, e c’è una quiete interiore, molto più difficile da raggiungere, che gli esicasti cercavano attraverso la ripetizione ininterrotta della preghiera, fino a farla scendere dalla mente al cuore. Lauria, in questo senso, è ancora oggi un esercizio propedeutico: prima di sprofondare nel silenzio assoluto della montagna, bisogna imparare ad attraversare il silenzio meno assoluto, ma non meno esigente, di un borgo che chiede solo di essere ascoltato.
«La sosta si fa verticale: non si avanza più lungo la strada, si scava all’interno della propria presenza.»
Il Cammino verso il Lago: da Lauria a Nemoli
Chi vuole proseguire fisicamente questo attraversamento dello spirito può farlo lungo un sentiero reale, che parte dalla Fontana Borbone di Lauria e raggiunge Nemoli passando per le rive del Lago Sirino: circa dieci chilometri, quattro ore di cammino a passo lento, dislivello contenuto e nessuna difficoltà tecnica, adatto a chi cerca un’andatura contemplativa più che una prestazione. Il percorso sale dai seicento agli oltre ottocento metri, alternando tratti boschivi a radure aperte, e restituisce, a un certo punto della salita, la prima vista sullo specchio d’acqua che darà il nome e il tono alla tappa successiva del cammino.
È un tratto che va camminato, quando possibile, di prima mattina: la luce bassa sul lago e il fiato ancora regolare aiutano a portare con sé, senza disperderlo, il raccoglimento accumulato tra i vicoli di Castello e Borgo. Chi preferisce l’automobile può comunque fermarsi lungo la provinciale che costeggia il Sirino, ma perderebbe l’unica cosa che il cammino a piedi restituisce senza sconti: il tempo necessario perché il silenzio del borgo si trasformi, un passo alla volta, nel silenzio, diverso, dell’acqua.
Voci dal Territorio: la Soglia che Resta Aperta
Lauria non chiude questo cammino, lo apre. È la lavra che dà il nome a tutto ciò che seguirà: un punto di raccolta prima della dispersione necessaria, la prova generale di un silenzio che altrove si farà più assoluto. Chi lascia il borgo alle spalle porta con sé, senza saperlo ancora, la domanda che il lago di Nemoli è pronto a restituire come immagine: cosa resta, di un uomo, quando smette di muoversi e si lascia semplicemente specchiare.
«Ogni vero cammino dello spirito comincia sempre da un passaggio obbligato, da una porta di pietra che chiede di lasciare indietro il superfluo.»
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