Luglio 12, 2026
arte di perdersi

L’Arte di Perdersi — Quando non sapere dove si va è il viaggio stesso

di Dino Savaiano

C’è una parola che usiamo quasi sempre in senso negativo, come se contenesse in sé una colpa o una mancanza: perdersi. Ci si perde quando si sbaglia strada, quando si perde il filo, quando si è disorientati. Eppure c’è un altro modo di abitare questa parola — un modo antico, sapiente, quasi coraggioso. Perdersi non come errore, ma come scelta. Non come deviazione dal percorso, ma come il percorso stesso.

Gli articoli precedenti di questa rubrica ci hanno accompagnato lungo una progressione silenziosa: l’arte di sostare, l’arte di vedere e sentire. Ogni tappa ha affinato un gesto. Questa è la tappa successiva — forse la più difficile, perché richiede di rinunciare all’unica cosa a cui teniamo di più: il controllo.

La mappa che non serve

Viviamo immersi in una certezza geografica senza precedenti. Ogni posto ha coordinate, ogni spostamento ha un percorso ottimizzato, ogni destinazione è già stata fotografata, valutata e commentata migliaia di volte prima che vi arriviamo. La sorpresa — quella vera, quella che cambia qualcosa dentro — è diventata rara come il silenzio.

L’arte di perdersi è il gesto che la restituisce.

Non si tratta di gettare il telefono in un fosso o di fingere di essere in un’epoca diversa. Si tratta di qualcosa di più sottile: abbassare la guardia percettiva, smettere di ottimizzare il tragitto, concedersi il lusso di non sapere esattamente dove porta quella strada, quel vicolo, quella scalinata che sale tra due muri di tufo. È una disponibilità interiore prima ancora che geografica. Una forma di fiducia — nel luogo, nel tempo, in se stessi.

«Non si scopre nulla di nuovo seguendo le mappe degli altri.»

I luoghi che si rivelano solo a chi si perde

C’è una categoria di luoghi che non esiste su nessuna guida. Non perché siano segreti, ma perché non si lasciano trovare — si lasciano incontrare. Ci sono borghi del Lazio, della Sabina, dell’Umbria profonda, dove la parte più viva non è quella che si raggiunge seguendo le indicazioni, ma quella che appare voltando l’angolo sbagliato, scendendo per una rampa che sembrava portare da nessuna parte, seguendo il suono di acqua che scende da qualche fontana nascosta nel verde.

Ho incontrato un cortile a Roccantica — uno di quei borghi dove le case sembrano appoggiate l’una all’altra per non cadere — che non avevo cercato. Era dietro una porta semiaperta, con un fico che cresceva contro il muro e la luce del pomeriggio che lo tagliava in diagonale. Non era su nessuna mappa. Non era visitabile, non era restaurato, non era niente di quello che si cerca normalmente. Eppure è rimasto. Quelle cose che si trovano perdendosi rimangono in modo diverso da quelle che si cercano — si depositano più in profondità, come se l’assenza di intenzione aprisse uno spazio più largo in cui l’esperienza può entrare.

L’Italia è costruita per questo. È un paese che ha strati su strati di storie, di vite, di secoli sovrapposti — e la parte più autentica di quella stratificazione non si raggiunge con un itinerario ottimizzato. Si raggiunge perdendosi, rallentando, lasciando che il territorio faccia da guida invece di seguire la propria.

 perdersi tra i vicoli di Roccantica nella Sabina

Perdersi come atto del corpo

C’è qualcosa di fisico nel perdersi che vale la pena nominare. Quando non sappiamo esattamente dove siamo, il corpo cambia. I sensi si svegliano — lo stesso meccanismo antico che si attiva quando l’ambiente è sconosciuto e chiede attenzione. L’udito si fa più acuto. La visione si allarga. Il passo rallenta. Si comincia a notare la consistenza del terreno sotto le suole, la direzione del vento, il profumo che cambia tra un quartiere e l’altro.

È lo stesso risveglio che abbiamo descritto nell’arte di vedere e sentire — ma più radicale, perché non è cercato. Viene dall’assenza di orientamento, non dalla sua presenza. Il corpo, privato della sicurezza della mappa, torna a fare quello per cui è costruito: leggere il mondo direttamente, senza filtri, senza schemi.

Chi cammina molto sa che i momenti più intensi di un lungo percorso non sono quasi mai quelli pianificati. Sono le deviazioni, le soste impreviste, i tratti in cui si è perso il segno e si è dovuto improvvisare. È lì che il paesaggio entra davvero.

 il corpo che si perde e si ritrova camminando 

Perdersi dentro

L’arte di perdersi non riguarda solo la geografia. Esiste una forma interiore di questo gesto — meno pittoresca, a volte scomoda, ma ugualmente necessaria.

Ci si perde anche dentro: in una domanda che non ha risposta immediata, in un’emozione che non si riesce a nominare, in un periodo della vita in cui le coordinate abituali non bastano più a orientarsi. Anche questo è perdersi. E anche questo, se lo si abita con la stessa disponibilità con cui si entra in un vicolo sconosciuto, può diventare una forma di scoperta.

La contemplazione — che sia una passeggiata lenta in un bosco, un’ora in una chiesa vuota, o semplicemente una mattina senza programma — è spesso la condizione in cui ci si permette di non sapere per un momento dove si è diretti. Di lasciare che la direzione emerga invece di imporla. È una qualità di ascolto che non si può praticare quando tutto è pianificato, ottimizzato, tracciato.

Perdersi interiormente non significa smettere di camminare. Significa smettere di sapere in anticipo dove si arriva — e scoprire che la strada, da sola, sa dove vuole andare.

Ritrovarsi in modo diverso

C’è una promessa implicita in ogni perdita che vale la pena ricordare: chi si perde davvero, si ritrova in modo diverso da come è partito. Non necessariamente migliore — diverso. Con qualcosa in più che non sapeva di voler trovare, con una domanda che non sapeva di avere, con un ricordo che non ha coordinate ma che sa esattamente dove sta nel corpo.

Sostare, vedere, sentire, percepire, perdersi. Sono gesti che appartengono alla stessa famiglia — quella del viaggio lento, del turismo consapevole, di un modo di stare nel mondo che sceglie la profondità invece della velocità, l’incontro invece del consumo.

L’arte di perdersi è, in fondo, l’arte di fidarsi. Del luogo. Del tempo. Di quella parte di sé che sa cose che la mente non ha ancora elaborato.

«La strada più bella è sempre quella che non avevi previsto.»

passeggiare senza meta nelle città italiane 

 

 

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