Il Passo del Custode — Meditazione civica per gli Ottant’anni della Repubblica
di Dino Savaiano
C’è un modo di festeggiare che non ha bisogno di tribune né di palchi. È il modo di chi si alza all’alba, allaccia gli scarponi e cammina. Non verso una meta precisa, ma verso qualcosa di più antico e necessario: il riconoscimento di ciò che ci tiene insieme.
Il 2 giugno 2026 segna ottant’anni di Repubblica Italiana. Una soglia storica, solenne. Le grandi parate della Capitale accenderanno i riflettori, come è giusto che sia. Ma noi, viandanti del territorio e della presenza consapevole, sappiamo che la vera anima di questa ricorrenza pulsa altrove: nelle strade bianche di un borgo del Lazio, sui gradoni di un sacrario avvolto dalla nebbia mattutina, nel silenzio di un sentiero che porta verso la vetta e porta, insieme, verso sé stessi.
In questo giorno, vogliamo camminare accanto a chi ha camminato prima di noi. Vogliamo rendere omaggio a coloro che hanno reso possibile ogni passo che compiamo in libertà.
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L’Asceta dell’Azione
Per capire il soldato bisogna guardarlo con occhi filosofici prima ancora che storici. Non è il guerriero che cerca la gloria, ma il custode che accetta il peso. In questo, è una figura profondamente contemplativa.
La Virtus romana — quella che non tradurremo semplicemente come “coraggio”, perché sarebbe riduttivo — era prima di tutto rettitudine morale, fermezza interiore, constantia. Era la capacità di rimanere fedeli a qualcosa di più grande di sé stessi anche quando il vento soffiava contrario. Marco Aurelio, imperatore e soldato dell’anima, scrisse che occorre pensare al mondo come a un solo essere vivente dotato di una sola sostanza. Il soldato che custodisce il confine custodisce quella sostanza. Non una frontiera geografica: la sostanza comune di un popolo.
Seneca ci ricordava che la fortuna cerca i forti per confrontarsi con loro. Il soldato è colui che non si sottrae al confronto, che sceglie di stare là dove gli altri si riparano. Ma attenzione: questa non è hybris, non è orgoglio cieco. È, al contrario, una forma di umiltà radicale. L’umiltà di chi sa che il proprio nome non comparirà sulle prime pagine, ma che senza la sua veglia nessuna prima pagina sarebbe mai stata stampata.
Epitteto, lo stoico che aveva conosciuto la schiavitù e la libertà interiore nello stesso corpo, insegnava che nessuno è libero se non è padrone di sé stesso. La disciplina del soldato, quella che ai civili sembra costrizione, è in realtà la forma più alta di questa libertà: il dominio della paura, dell’impulso, della stanchezza. Una ascesi dell’azione che trasforma la fatica fisica in elevazione morale.
La Mistica della Fatica: camminare sulle orme dei giganti
Chi pratica il cammino consapevole conosce la soglia. C’è un momento, nel trekking, in cui il corpo protesta e la mente vorrebbe cedere, e invece si va avanti. In quel momento si tocca qualcosa di vero. I soldati che hanno attraversato questo Paese — le sue montagne, i suoi fiumi, le sue pianure battute dal vento — hanno vissuto quella soglia per mesi, per anni, spesso senza ritorno.
Camminare oggi sulle strade che loro hanno percorso non è turismo. È pellegrinaggio.
La Via Appia Antica — la Regina Viarum — è ancora lì, coi suoi basoli millenari che portano da Roma verso i Castelli Romani e oltre, verso il Sud. Ogni pietra è un’eco. Marciare su quel lastricato significa sentire nella schiena il peso di tutte le legioni che hanno difeso la città eterna, e capire che la continuità di una civiltà si misura in passi, uno dopo l’altro, nel tempo.
I sentieri della Linea Gustav, intorno a Cassino, parlano una lingua diversa, più recente e più bruciante. L’ascesa verso l’Abbazia di Montecassino — ricostruita dalle macerie della distruzione totale — è uno di quei cammini che cambiano chi li percorre. Qui la spiritualità monastica benedettina e il sacrificio del soldato si fondono in un unico silenzio. I cimiteri di guerra che punteggiano la vallata — polacco, francese, tedesco, del Commonwealth — insegnano qualcosa che nessun libro di storia può insegnare da solo: il rispetto universale per chi cade.
Redipuglia, nel Friuli, è forse il luogo dove la mistica del soldato raggiunge la sua espressione più potente. Sui gradoni di pietra bianca, incisa ventimila volte la parola Presente, risuona come un ordine eterno, come una risposta all’appello che non smette mai.
Al Sacrario d’Oltremare di Bari riposano i figli d’Italia caduti su fronti lontani. È il simbolo del legame indissolubile tra la terra madre e chi la serve ovunque nel mondo, a qualsiasi latitudine il dovere li abbia condotti.
E poi le Isole. Dalla gloriosa tempra della Brigata Sassari alla solitudine eroica di Caprera, la Sardegna e la Sicilia non sono periferie d’Italia: sono sentinelle avanzate. Dove il mare sembra separare, il soldato ha sempre costruito ponti. Il coraggio, come insegnava Aristotele, è la prima delle qualità umane perché garantisce tutte le altre. Nelle isole, questo coraggio ha il colore dell’orizzonte aperto.
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Elogio al Soldato
Il soldato non è un uomo che ama la guerra.
È un uomo che ama ciò che ha alle sue spalle: la sua terra, la sua gente, la libertà di chi dorme tranquillo perché qualcuno veglia.
In un’epoca che corre verso il superfluo, che moltiplica le immagini e svuota i gesti, il soldato incarna qualcosa di radicalmente controcorrente: la mistica del sacrificio, la capacità di mettere il Noi davanti all’Io. Egli è l’uomo dell’essenziale. La sua grammatica è fatta di pochi sostantivi forti: dovere, fedeltà, silenzio, presenza.
Non chiede palcoscenico. Serve.
Dalle vette innevate delle Alpi alle coste assolate della Sicilia, dalle pianure venete alle aspre coste sarde, i nostri soldati sono il filo rosso che ricuce i lembi di una nazione complessa. Non importa quanto il mare sia profondo o la montagna impervia: dove c’è una bandiera italiana, c’è un cuore che batte per ogni cittadino, senza distinzione di geografia o di origine.
Voi portate sulle spalle la dignità di un popolo che sa rialzarsi. La rettitudine di chi non indietreggia di fronte all’emergenza. La pietà silenziosa di chi soccorre senza chiedere il nome.
Siete voi che avete tracciato la strada su cui oggi camminiamo.
Oggi la Patria vi guarda e dice: Grazie per il vostro Presente.
Un cammino per tutti — la Festa della Repubblica sui sentieri d’Italia
Per questa Festa della Repubblica, l’invito che rivolgiamo ai lettori di Voci dal Territorio è il solito, e insieme completamente nuovo. Non correre. Scegliere un sentiero — quello della Via Appia, o dei Monti Sabini, o del vostro borgo del cuore — e camminarci con uno sguardo differente. Uno sguardo che sappia vedere nelle pietre non solo la storia, ma le persone che quella storia l’hanno vissuta col corpo.
La Repubblica non è solo un concetto istituzionale. È la terra che calpestiamo, la libertà che respiriamo, la bellezza che decidiamo ogni giorno di custodire. Come loro l’hanno custodita per noi.
Buon cammino, buona Festa della Repubblica.
A tutti i viandanti d’Italia — e a coloro che, in uniforme, rendono possibile ogni viaggio.
Giornata Mondiale della Terra e Comunità
Voci dal Territorio è la rubrica di Viaggiare per Viaggiare dedicata alle comunità, alle tradizioni e alle voci autentiche che tengono vivo il territorio italiano.
Vuoi percorrere questi luoghi davvero? Leggi la guida pratica: Cammini storici italiani: Via Appia, Montecassino, Redipuglia e Sacrario di Bari
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