Agosto 16, 2026
Montasola_Cità

Racconto II

Noxfilia

L’abbraccio dell’oscurità necessaria

Tra Montasola e Contigliano · notte di dicembre

“Chi crede di sapere è intrappolato nell’illusione; chi riconosce il proprio vuoto è finalmente pronto.”

 – Cusano, De Docta Ignorantia

Tra le pieghe del territorio di Montasola, cerchiamo la località conosciuta semplicemente come La Cità. Fermo il motore sotto l’ombra di una quercia secolare. Il silenzio che subentra all’arresto del pistone è improvviso, quasi solido.

Ci troviamo davanti a un altopiano spoglio, dove l’erba alta si muove a ondate regolari sotto il vento. Mille anni fa qui sorgeva la Curtis de Lori. Oggi rimane solo il perimetro invisibile dell’assenza. Camminare tra queste tracce nell’erba è camminare dentro la Kenoma: il grande vuoto primordiale. C’è qualcosa di disturbante in questa radura esposta alla luce del sole — un’ombra immateriale che non ha bisogno del buio per farsi sentire.

Risaliamo a bordo. L’abitacolo ha trattenuto l’odore acre e umido della campagna invernale.

Il buio tra Montasola e Contigliano

La notte cade presto in questo periodo dell’anno, inghiottendo le cime dei monti sabini in un’oscurità densa. Parcheggiamo in uno spiazzo sterrato dove il mondo sembra finire. Spegniamo i fari.

L’oscurità non è un vuoto ostile. È un mantello.

Il silenzio viene scandito dal ticchettio metallicodel blocco motore che si raffredda lentamente — un battito meccanico che decresce fino a svanire. Restiamo seduti. Il freddo comincia a filtrare dalle guarnizioni, costringendoci a rannicchiarci nei cappotti. Fuori dal parabrezza, niente. Niente che si veda.

«Questa è Noxfilia.»

La parola cade nell’abitacolo come una pietra in un pozzo senza fondo. Non chiedo cosa significhi. So già cosa significa. Lo so da prima di saperlo.

«Gli esoteristi parlavano della paura dell’ignoto come di una forza doppia. Pericolosa, ma necessaria. L’essere umano la teme non soltanto perché potrebbe nascondere qualcosa di oscuro. Ma perché potrebbe cambiare per sempre il modo in cui vede la realtà. Questa inquietudine che provi davanti al silenzio profondo, agli spazi abbandonati, a certe sensazioni impossibili da spiegare — non è perché hai visto qualcosa. È perché, per un istante, hai percepito quanto sia sottile il confine tra ciò che conosciamo e ciò che resta fuori dalla nostra comprensione.»

La confessione nell’oscurità

Resto a lungo in silenzio. Poi dico, a bassa voce, guardando il nulla oltre il parabrezza:

«Tutti cercano di scappare da questo. Cercano fari, lanterne, luci di Natale. Ma io sento di appartenere a questo buio.Conosco la mia oscurità. È una parte di me che ho affrontato, con cui ho camminato e da cui ho imparato. E non me ne vergogno. Perché senza l’oscurità, non avrei trovato la mia luce.»

Editta non risponde subito. Nel buio dell’abitacolo, i suoi occhi intercettano il chiarore fioco della strumentazione spenta. Non battono ciglio.

«La vera illuminazione non è trovare la luce. È accettare questa notte radicalmente. Liberarsi persino delle proprie definizioni di sacro. Farsi vuoto.»

Le sensazioni di quella notte non si lasciano scrivere senza perdere qualcosa di essenziale. Posso dire solo questo: sperimentiamo qualcosa che assomiglia allo svuotamento mistico. Fuori, la Sabina dorme sotto il freddo. Dentro, qualcosa che portavo da anni si assottiglia fino a scomparire.

Non pronunciamo altre parole. Non ne abbiamo bisogno.

La vera illuminazione, ha detto Cusano, è l’atto di baciare la propria ignoranza.

Quella notte, nell’auto ferma tra Montasola e Contigliano, ho capito cosa volesse dire.

 

fine del secondo racconto

Racconto I: Casperia

 

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