
Viaggiare per Viaggiare · Art to me
Gñā L’arte che ci dà un nome
diDino Savaiano
C’è un istante, camminando nella luce bassa della Sabina verso sera, in cui il paesaggio smette di essere solo terra e ulivi: diventa racconto. Non cambia nulla di fisico: la stessa collina di Casperia, lo stesso profilo di Montasola contro il cielo. Cambia lo sguardo, che comincia a selezionare, a tagliare il flusso continuo dell’esperienza in scene. Un sentiero, una sosta, un bicchiere d’olio della Sabina versato su pane ancora caldo. Il mondo, per essere ricordato, deve prima essere narrato.
Lo stesso profilo di Montasola contro il cielo
Roland Barthes lo scriveva con una certezza quasi anagrafica: il racconto non ha data di nascita, perché comincia con l’umanità stessa. Nessun popolo ne è mai stato privo. È internazionale, trans-storico, trans-culturale, presente ovunque come la vita è presente ovunque. Non un ornamento della realtà, dunque, ma una sua condizione.
C’è una radice, in questo, più antica di ogni teoria letteraria. Nel sanscritogñāsi annida dentro parole come conoscenza (jñāna): narrare e conoscere, per l’orecchio indoeuropeo, erano varianti dello stesso gesto. E c’è un’assonanza suggestiva, anche se non una vera parentela etimologica, tra questo stesso suono antico e il nostro “nome”: chi racconta un luogo, verrebbe da pensare, lo sta in qualche modo battezzando. Gli dà un nome che prima non aveva, o che aveva dimenticato di avere.
Ma quando comincia esattamente, un racconto? La domanda ha oggi una risposta più precisa di quanto la filologia potesse offrire. Le cinciallegre nascondono migliaia di semi in altrettanti nascondigli sparsi nel bosco, e per sopravvivere all’inverno devono ritrovarli tutti. Un gruppo di ricerca della Columbia University, guidato da Payne e Aronov, ha scoperto nel loro ippocampo neuroni di posizione che si attivano non solo quando l’uccello raggiunge fisicamente un luogo, ma già mentre lo guarda da lontano. Il cervello arriva prima del corpo: vede un tronco, una fessura tra due sassi e, in quell’istante, li ha già visitati.
Il viandante che sulla strada per Casperia scorge il campanile e ancora non l’ha raggiunto sta facendo, con ogni probabilità, la stessa cosa. Guardare non è un anticipo del viaggio: è già viaggio. Il racconto comincia prima del primo passo, nell’istante in cui l’occhio decide che quel punto lontano merita di essere nominato.
Cambia lo sguardo, che comincia a selezionare
Poi arriva il secondo tempo, quello della registrazione. Il gruppo di ricerca di Baldassano a Princeton ha osservato, tramite risonanza magnetica funzionale, che il cervello non archivia l’esperienza come flusso ininterrotto. La spezzetta in unità, in blocchi di senso, segmenti coerenti della propria storia personale. Lo fa allo stesso modo sia che l’esperienza venga vista sia che venga solo ascoltata: la sequenza degli stati neurali attivati risultava identica nei due casi. È l’ippocampo, alla fine di ogni blocco, a incidere ciò che chiamiamo memoria, con un’intensità tanto più netta quanto più preciso sarà, in seguito, il ricordo.
Lo sguardo apre il racconto. Il ricordo lo sigilla. In mezzo, c’è tutto il viaggio.
C’è qualcosa, in questa doppia meccanica, che assomiglia da vicino a un principio fisico, prima ancora che neurologico. Il flusso è continuo e indifferenziato finché nessuno lo guarda: sovrapposizione di possibilità, tutto e ancora niente. È l’osservatore, fermandosi, a farlo collassare in un evento definito. Il viandante che si siede su un muretto a secco e decide che quello, proprio quel momento, quella luce, quel sapore di pecorino stagionato in grotta — è un capitolo, sta facendo qualcosa di molto simile a una misura quantistica applicata al proprio vissuto. Prima di quel gesto d’attenzione, era solo strada; dopo, è narrazione.
IlNouscristiano-noetico chiamerebbe questo gesto “l’occhio del cuore”: non lo sguardo che registra dati, ma quello che seleziona, giudica, dà peso. È un organo narrativo prima che percettivo: vede meno della retina, e capisce di più. Non è un caso che sia lo stesso organo, in fondo, che la cinciallegra usa per pre-vedere il proprio nascondiglio, e che l’ippocampo umano usa per fissarlo dopo averlo raggiunto: guardare avanti e ricordare indietro sono, forse, la stessa funzione vista da due lati del tempo.
Per questo i bambini chiedono la stessa fiaba ogni sera, e per questo un adulto rilegge il diario di un viaggio già concluso: non per sapere come va a finire, ma per rinsaldare, blocco dopo blocco, l’edificio fragile di chi crede di essere. Ogni racconto, quello di una favola, quello di un uccello che nasconde il proprio inverno tra i rami, quello di un cammino tra i borghi della Sabina reatina è un puntello piantato contro la dispersione del tempo.
Viaggiare, allora, non è solo spostarsi. È accettare di essere tagliati in scene, guardate prima ancora di essere vissute e sigillate subito dopo esserlo state, per poi lasciarsi ricomporre in una storia che, sola, sa tenerci in piedi.
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