
Il Sentiero di Sant’Anna
Un Itinerario Italiano tra Fede, Leggende e Sapori della Terra
di Dino Savaiano · Voci dal Territorio
«Ci sono custodi che non hanno bisogno di un nome scritto sulla porta di casa: basta il gesto che si ripete, di generazione in generazione, perché tutti sappiano chi vegliare.»
La Custode delle Madri
Il 26 luglio l’Italia si ferma, senza quasi accorgersene, davanti a una delle sue figure più antiche e meno appariscenti:Sant’Anna. Non la santa dei grandi affreschi, non quella delle cattedrali monumentali, ma la nonna di ogni casa, la custode silenziosa della maternità, colei a cui le madri hanno affidato per secoli la parte più fragile e più sacra di sé. Attraversa la nostra penisola come un filo invisibile che nessuna mappa amministrativa potrebbe mai tracciare, eppure lega tra loro un’isola nel golfo di Napoli, le pietre bianche del Salento, i pascoli della Maiella, i vigneti del Vulcano Laziale.
Non è un caso che sia proprio una nonna, e non un guerriero o un re, a tenere insieme un paese così frammentato nei dialetti e nei paesaggi. Nulla, in questo cammino, è mai soltanto ciò che appare: dietro un piatto di melanzane, un filo di ricamo, una forma di pecorino, si nasconde sempre un gesto più antico, un modo di dire “resto, e veglio” che il tempo non ha ancora del tutto tradotto in parole nuove.
Ischia: la Processione sull’Acqua
Il cammino non può che cominciare dal mare, a Ischia, nel golfo di Napoli, dove la devozione aSant’Annasi fa spettacolo liquido. Fin dagli anni Trenta del Novecento, ogni 26 luglio la baia di Cartaromana si riempie di barche allegoriche che sfilano lente davanti al Castello Aragonese, come se l’isola intera si mettesse in processione sull’unico elemento che la tiene viva. Si racconta che un tempo fossero le donne incinte a solcare quelle stesse acque, invocando dalla Santa protezione per il grembo e per il parto, un rito che affidava al mare, non alla terra, la custodia di una vita non ancora nata.
La devozione, qui, sa anche di cucina: la parmigiana di melanzane, preparata il giorno prima perché sia buona fredda sulla spiaggia o in barca, il coniglio all’ischitana, un calice di vino locale appena fresco. Non sono contorni della festa: sono la festa stessa, tradotta nel linguaggio che l’isola conosce meglio, quello della tavola condivisa sull’acqua.
Il Salento: il Filo che Lega e Protegge
Scendendo verso il tacco d’Italia, la devozione cambia materia e si fa pietra e filo. Nelle cappelle rurali e nelle chiese barocche del Salento,Sant’Annaveniva invocata dalle giovani tessitrici e ricamatrici come protettrice di un’arte considerata quasi sacra: si dice che le ragazze si rivolgessero a lei non solo per imparare il ricamo, ma per trovare, insieme a quello, anche un buon marito, come se il filo che intreccia la stoffa fosse lo stesso che intreccia i destini.
Scendendo verso il tacco d’Italia
Anche qui la tavola custodisce la memoria: orecchiette o maccarruni fatti a mano, un sugo fresco di pomodoro e basilico, una generosa spolverata di cacioricotta salentino. Un piatto povero negli ingredienti e ricco nel gesto, che celebra il raccolto estivo nello stesso modo in cui le mani celebravano, un tempo, il filo tirato con pazienza fino a farne trama.
La Maiella: l’Acqua che Nasce dalla Roccia
Risalendo l’Appennino fino all’ombra della Maiella, il culto diSant’Annasi fonde con la fatica antica della transumanza. Qui la leggenda si fa più severa, e più bella: si racconta che la Santa proteggesse il bestiame dai lupi, e che in tempi di sete estrema facesse scaturire sorgenti d’acqua fresca direttamente dalla roccia nuda, per dissetare pastori e greggi sfiniti dal cammino.
«Un’acqua che nasce dalla pietra non è mai soltanto acqua: è il segno che qualcosa di invisibile ha scelto, in quel punto preciso, di toccare la materia.»
È forse la leggenda più densa di tutto il cammino, perché non racconta un dono qualunque, ma il gesto più elementare che si possa chiedere a una madre: far scaturire vita là dove sembrava essercene più. Le comunità pastorali celebrano ancora oggi con i frutti di quella stessa terra dura: il pecorino, la chitarra abruzzese al sugo di castrato, i fiadoni estivi a base di uova e formaggio, piegati a forma di mezzaluna, antico simbolo di fertilità.
I Castelli Romani: la Vigna sotto il Cielo di Luglio
Il cammino si chiude dove il vulcano ha lasciato la terra più generosa: tra i borghi dei Castelli Romani e Frascati, proprio nei giorni in cui le vigne mostrano i primi grappoli pronti a maturare. QuiSant’Annanon protegge il grembo o il filo, ma il raccolto stesso: i viticoltori la invocano contro le grandinate estive, le più temute dell’anno, quelle capaci di distruggere in pochi minuti un lavoro di mesi.
Nelle fraschette e nelle osterie del territorio, la festa si fa banchetto: porchetta, fagioli con le cotiche, verdure ripassate in padella con un tocco di peperoncino, e un calice di Frascati Superiore DOCG che racchiude, in un solo sorso, il calore del sole di luglio e la sapidità della terra vulcanica.
Il Senso del Cammino: Custodire le Radici
CelebrareSant’Annail 26 luglio significa, in fondo, riconoscere una geografia diversa da quella delle mappe: una geografia di custodi. Davanti al mare di un’isola, tra le pietre del Salento, sulle rocce della Maiella o sui colli vulcanici del Lazio, è sempre la stessa figura a ripetersi: chi resta, chi veglia, chi fa scaturire vita anche dove sembrava non essercene più.
Il territorio, lo abbiamo scritto altrove e lo ritroviamo qui intatto, non è soltanto un paesaggio da guardare: è una storia da abitare, e, soprattutto in questo giorno di luglio, da gustare a tavola insieme a chi si ama. Nulla, di ciò che abbiamo attraversato, era davvero come sembrava a un primo sguardo distratto: ogni piatto, ogni leggenda, ogni filo di ricamo custodiva qualcosa che solo il cuore, e non l’occhio, sapeva riconoscere.
Da gustare a tavola insieme a chi si ama
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