Agosto 11, 2026
Viandante e l'arte del non sapere

L’Arte del Non Sapere

Lo sguardo nudo del viandante

ART TO ME Special · Apertura della Fase Seconda · di Dino Savaiano

Il territorio non si cura dei nostri schemi mentali.
Non chiede chi sei.
Chiede se sei presente.

C’è un momento preciso, lungo i cammini d’Italia, in cui lo zaino smette di pesare sulle spalle e comincia a pesare sulla mente.

Succede quando ci si accorge che non si sta attraversando un territorio reale, ma la mappa delle proprie certezze. Si arriva in un borgo medievale della Sabina o davanti a un affresco scrostato in una chiesa di campagna sapendo già cosa si dovrebbe trovare, cosa si dovrebbe provare, quale fotografia scattare per confermare l’idea che si ha di se stessi e del mondo. Il territorio è lì, reale, specifico, irriducibile, ma non lo si vede. Si vede la propria aspettativa sovrapposta ad esso.

L’Aurousìa ci ha insegnato a stare nel momento prima dell’inizio, in quella luce che non è ancora alba e in cui tutto è ancora possibile. L’arte del non sapere è il passo successivo: imparare a portare quella qualità di vuoto non solo nell’alba del cammino, ma in ogni momento del viaggio. In ogni borgo, in ogni incontro, in ogni curva del sentiero.

L’Aurousìa ci ha insegnato a stare nel momento prima dell’inizio

Art to Me non è una rubrica sull’arte. È una domanda su cosa siamo capaci di ricevere quando rallentiamo abbastanza da svuotare la mente. E per ricevere il nuovo, bisogna prima fare spazio. Bisogna praticare il non sapere.

I. Il peso delle risposte non richieste

Viaggiare leggeri non è solo una tecnica di imballaggio. Lo abbiamo già detto, in questo stesso spazio: la sottrazione che conta non è quella dello zaino, è quella interiore. Ma c’è una forma di peso interiore che è più difficile da riconoscere degli altri, perché si presenta travestita da conoscenza: il peso delle risposte non richieste. Le risposte che portiamo già in tasca prima ancora che il territorio faccia le domande.

Viaggiare leggeri non è solo una tecnica di imballaggio

Si parte con troppe certezze. Certezze su cosa si troverà: quel borgo sarà pittoresco, quella chiesa sarà interessante, quel sentiero sarà faticoso. Certezze su se stessi: sono timido, sono metodico, non sono portato per l’ignoto, so già come reagirò. Queste etichette, costruite in anni di esperienza accumulata, apparentemente utili, apparentemente oneste, diventano filtri. E i filtri non proteggono: impediscono.

La pietra consumata dai secoli
non chiede chi sei.
Chiede se sei disposto a ricevere
ciò che ha da dirti.

Quando si cammina sulla Via Appia Antica o lungo i tratturi del Molise, la pietra consumata dai secoli non si cura dei propri schemi mentali. Non offre l’esperienza che ci si aspettava, offre l’esperienza che è. E se si è arrivati già carichi di risposte, ci si perde quella differenza: la differenza tra ciò che si aspettava e ciò che effettivamente c’è, che è quasi sempre più interessante, più strano, più vivo di qualsiasi cosa si fosse immaginato.

Praticare il non sapere significa posare a terra il bagaglio delle definizioni, quelle su se stessi e quelle sui luoghi. Significa ammettere che la strada che si sta percorrendo, e la persona che la sta percorrendo, è un mistero tutto da svelare. Non come rinuncia alla propria identità, come apertura alla possibilità che quell’identità sia più ampia di quanto si sia fin qui immaginato.

II. Lo Shoshin, la mente del principiante

Nelle tradizioni contemplative zen esiste un concetto che Shunryu Suzuki ha reso celebre in Occidente: Shoshin, la mente del principiante. È lo sguardo di chi vede qualcosa per la prima volta, libero dal filtro del giudizio, libero dalla catalogazione rapida che la mente esperta applica automaticamente a tutto ciò che incontra. La mente dell’esperto conosce poche possibilità, diceva Suzuki, la mente del principiante ne conosce infinite.

Applicare lo Shoshin al viaggio non significa fingere di non sapere ciò che si sa, significa sospendere temporaneamente la catalogazione per permettere all’esperienza di presentarsi prima che la mente la interpreti. È la differenza tra guardare un portale romanico e pensare immediatamente “stile lombardo, XII secolo, tipico”, e guardare quel portale come se fosse la prima volta che si vede una pietra scolpita da mani umane, lasciando che la meraviglia preceda l’identificazione.

Nella mente dell’esperto le possibilità sono poche.
Nella mente del principiante sono infinite.
Il viaggio lento allena la seconda.

Quando si applica questo sguardo ai borghi dell’Italia lenta, accade qualcosa di preciso. Un portale di pietra calcarea del Salento non è più solo un elemento architettonico da datare e classificare, diventa una soglia emotiva, una domanda sulla mano che l’ha scolpita e sulla vita che ci stava intorno, un invito a chiedersi cosa significasse attraversare quella soglia quando era nuova e il borgo era vivo in un modo diverso da come è vivo oggi.

Via Appia Antica

Un incontro casuale in un’osteria di paese non è un’interruzione del viaggio, è il viaggio stesso. L’uomo anziano al bancone che racconta di com’era il paese prima, la notizia locale che non riguarda nessuno al di fuori di quelle mura, il sapore di un vino che non si trova altrove, tutto questo esiste solo per chi è arrivato abbastanza vuoto da farlo entrare.

III. Tre parole difficili

Per allenare questa qualità dello sguardo, quella che la neuroestetica chiama disponibilità empatica all’ambiente, bisogna reimparare a dire tre parole che la cultura della performance ha reso quasi impronunciabili: non lo so.

La neuroestetica

Non so cosa mi riserverà questa curva del sentiero. Non come ammissione di ignoranza, come apertura all’imprevisto. Quella curva del sentiero appenninico potrebbe aprirsi su un panorama che cambia tutto, o su un borgo che non era nella guida, o su niente di spettacolare, solo un campo e un cielo. Ma anche quel campo e quel cielo sono diversi se li si riceve senza aspettarsi né il panorama né il niente.

Non lo so, tre parole
che la cultura della performance ha reso quasi impronunciabili.
Il viaggio lento le reimpara ogni volta.

Non so se l’idea che ho di me stesso da dieci anni sia ancora vera. Questa è la forma più coraggiosa del non sapere, quella che riguarda non il territorio esterno ma quello interno. Il viaggio lento, quando è davvero lento, produce sempre questa domanda: chi sono io quando non ho i miei ruoli, i miei ritmi, le mie abitudini a sorreggermi? Chi sono su questo sentiero, lontano da tutti quelli che mi conoscono e confermano ogni giorno l’idea che ho di me stesso?

Non so cosa stia provando davvero la persona che ho di fronte. Il viandante che incontra qualcuno sul cammino, un pastore, un artigiano, un altro pellegrino, porta con sé il proprio sistema di interpretazione. Lo Shoshin chiede di sospenderlo: di non leggere immediatamente l’altro attraverso le proprie categorie, di lasciare che si presenti prima di essere interpretato. È la forma più rispettosa di attenzione che si possa portare a un incontro.

IV. Il micro-esperimento dello smarrimento

L’arte del non sapere non si impara leggendo, si pratica. E la pratica più semplice che il viaggio lento offre è anche quella più difficile da accettare: fermarsi senza uno scopo.

Su una panchina in una piazza sconosciuta, non la piazza principale, non quella che la guida indica, ma una piazza laterale, quella che si attraversa senza fermarsi mai, siediti. Chiudi gli occhi per tre minuti. Non meditare, non visualizzare, non programmare. Ascolta soltanto: il mormorio di una fontana, il suono dei passi sul selciato, una conversazione lontana in dialetto di cui non si capisce il contenuto ma si sente il ritmo.

Quando riapri gli occhi, osserva il primo dettaglio che vedi
come se fossi appena arrivato su un pianeta sconosciuto.
Lascia che l’incertezza ti attraversi
senza l’ansia di dover dare un nome a tutto.

Quando si riaprono gli occhi, si osserva il primo dettaglio che appare come se lo si vedesse per la prima volta in assoluto, come se fosse un oggetto alieno di cui non si conosce ancora il nome né la funzione. Una pietra sul selciato. La crepa in un muro. L’insegna sbiadita di una bottega chiusa. Si lascia che quell’oggetto esista prima di classificarlo, prima di inserirlo in una categoria, prima di decidere se è interessante o no.

Non è arte concettuale. Non è tecnica spirituale. È semplicemente la pratica di ricevere prima di interpretare, che è esattamente ciò che il viaggio lento chiede in ogni momento, ma che raramente si concede davvero perché richiede di tollerare qualche secondo di incertezza prima che la mente razionale riprenda il controllo.

V. Lo spazio del non sapere

Siamo fatti di storie che ci raccontiamo da soli. Storie su chi siamo, su come funziona il mondo, su cosa ci aspetta dietro la prossima curva. Alcune di queste storie sono vere, o erano vere, in un certo momento della vita. Altre sono abitudini di interpretazione che si perpetuano perché nessuno le ha mai messe in discussione.

Il viaggio lento è, tra le molte cose che è, anche un’occasione per smettere di raccontarsele, almeno per il tempo del cammino. Per lasciare che il territorio racconti la sua storia invece della nostra. Per permettere all’incontro di essere quello che è invece di quello che si era già deciso che fosse.

È solo quando smettiamo di raccontarci le nostre storie
che iniziamo finalmente a sentire quelle degli altri.
E tra quelle degli altri c’è spesso
la parte di noi che non sapevamo di avere.

Nello spazio del non sapere, in quello svuotamento che l’Aurousìa prepara e che l’arte del non sapere mantiene durante il cammino, accade qualcosa che il viaggio pieno di certezze non permette mai: il territorio parla. Non nel senso romantico di una voce che si sente, nel senso preciso che le cose si mostrano per quello che sono invece che per quello che si aspettava trovassero.

Un borgo della Sabina non è più la conferma di un’idea di Italia che già si aveva. È quel borgo, con la sua storia specifica, la sua luce di quel giorno, quell’uomo che siede fuori dalla porta e non si alza quando si passa perché non ha motivo di alzarsi e questo, stranamente, dice qualcosa di più autentico di qualsiasi accoglienza preparata.

Lascia a casa le risposte che non ti hanno ancora fatto la domanda. Il territorio penserà al resto.

Per ricevere il nuovo
bisogna prima fare spazio.
Il non sapere non è ignoranza,
è la forma più alta di disponibilità.

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