
I Cammini dello Spirito — Tappa XVII
La Lingua che Resta
La Grecìa Salentina e l’Eredità Viva del Griko
Viaggio tra nove borghi dove il greco dei monaci non ha mai smesso di essere parlato
di Dino Savaiano · Voci dal Territorio
«In tutto questo cammino, da Aieta fino a qui, è l’unico luogo dove la lingua dei monaci non sopravvive soltanto nei codici: sopravvive nelle case.»
Nove Borghi, una Sola Isola
Nove Borghi, una Sola Isola
Corigliano d’Otranto, Calimera, Martano, Sternatia, Zollino, Martignano, Castrignano de’ Greci, Melpignano, Soleto: nove comuni della provincia di Lecce che formano, nel cuore del Salento, la Grecìa Salentina, un’isola linguistica dove il griko, dialetto neogreco di origine bizantina, non è materia da museo ma parlata ancora viva, sebbene sempre più fragile, tramandata soprattutto dalle generazioni più anziane.
È il punto di arrivo naturale di tutto questo secondo trattato ionico: dopo il monastero che custodiva i libri e la cripta che custodiva le immagini, qui si custodisce la lingua stessa, la materia prima da cui tutto il resto, codici, affreschi, liturgie, era stato fatto.
dopo il monastero che custodiva i libri
La cripta che custodiva le immagini
Cosa Resta di un Impero Caduto Quasi Mille Anni Fa
Bisanzio come potere politico è scomparsa da questa terra da secoli. Eppure camminare per le vie di Corigliano d’Otranto o di Calimera, ascoltare, se la fortuna lo concede, un anziano che ancora conversa in griko con un vicino, significa toccare con mano qualcosa che nessuna delle tappe precedenti di questo cammino può offrire allo stesso modo: non una rovina, non un documento, ma una lingua che continua a essere pensata, non solo studiata.
I linguisti discutono ancora se il griko discenda direttamente dal greco bizantino parlato dai monaci basiliani o da uno strato ancora più antico di colonizzazione magnogreca, rinforzato poi dall’ondata monastica altomedievale. Per chi cammina, la distinzione accademica conta meno della semplice constatazione fisica: qui, la voce che pregava nella cripta di Carpignano e che scriveva nello scriptorium di Casole non si è mai davvero spenta.
«Non una rovina, non un documento, ma una lingua che continua a essere pensata, non solo studiata.»
La Trasmissione come Ultimo Movimento del Trattato Ionico
Il trattato aperto a Casole con il libro e proseguito a Carpignano con l’icona si chiude qui con il terzo e più fragile dei suoi supporti: la voce umana. È forse la forma di trasmissione più difficile da proteggere, perché non ha bisogno di un incendio per scomparire: basta il silenzio di una generazione che smette di parlarla ai figli. In questo senso la Grecìa Salentina non è solo un luogo da visitare, ma un monito implicito su cosa significhi davvero custodire un’eredità: non basta scriverla o dipingerla, bisogna continuare a pronunciarla.
Voci dal Territorio: la Via dello Ionio si Chiude, non Finisce
Da Rossano a Otranto, da Otranto a Carpignano, da Carpignano fino a questi nove borghi, la Via dello Ionio ha raccontato un monachesimo diverso da quello lucano e da quello cilentano: non fuga verso l’isolamento, ma irraggiamento culturale attraverso il mare.
Chi ha percorso tutte le tappe di questo cammino, dalla soglia di Aieta fino alla lingua ancora viva della Grecìa Salentina, ha attraversato più di mille anni di storia bizantina d’Italia, e scoprirà, se avrà l’orecchio attento, che in questi borghi quella storia non è mai stata soltanto storia.
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