
L’Arte del Ritrovare e del Tornare — Il viaggio che si compie e già si prepara a ricominciare
di Dino Savaiano
Ci sono parole che sembrano semplici fino a quando non le si abita davvero. Ritrovare è una di queste. E tornare è l’altra. Le usiamo ogni giorno, quasi meccanicamente — torno a casa, ho ritrovato le chiavi — senza accorgerci che contengono qualcosa di molto più grande di ciò che descrivono in superficie. Qualcosa che ha a che fare con il tempo, con la trasformazione, con il senso di ciò che siamo diventati lungo la strada.
Questo articolo è l’ultimo di una serie che ha attraversato, passo dopo passo, le arti silenziose del viaggio consapevole:sostare,vedere, sentire e percepire,perdersi. Ogni tappa ha affinato un gesto. Questa è la tappa del ritorno — e il ritorno, si scopre, non è mai il contrario della partenza. È qualcosa di completamente diverso.
Ritrovare non è trovare di nuovo
C’è una distinzione sottile ma fondamentale tra trovare eritrovare. Trovare è un primo incontro — la sorpresa, la scoperta, l’ignoto che diventa conoscenza. Ritrovare è qualcosa di più complesso e di più intimo: è rientrare in contatto con qualcosa che era già nostro, ma che avevamo dimenticato, trascurato, lasciato ai margini del quotidiano.
Ritroviamo un luogo che avevamo visitato anni prima e lo vediamo diverso — non perché sia cambiato lui, ma perché siamo cambiati noi. Ritroviamo un’emozione che credevamo perduta, una capacità che non sapevamo di avere ancora, una qualità di silenzio che riconosciamo come familiare pur non riuscendo a datarla. Ritroviamo una parte di noi che il cammino, le soste, gli smarrimenti hanno riportato a galla.
Ritrovare è un gesto sottile, privo di clamore. Non ha la velocità della scoperta né la certezza dell’arrivo. Arriva piano, come la luce di mattina che non annuncia se stessa ma è già lì quando alzi gli occhi.
La strada ritrovata non è mai la stessa
Dopo essersi persi — in un vicolo di un borgo medievale, in un sentiero che scompare tra i castagni, in uno di quei periodi della vita in cui le coordinate abituali smettono di funzionare —ritrovarela strada assume un sapore che non ha equivalenti. Non è sollievo, esattamente. È qualcosa di più silenzioso e di più solido.
La strada ritrovata non è mai la stessa di prima. Non perché sia cambiata, ma perché siamo cambiati noi nel modo di percorrerla. Lo smarrimento ci ha dato qualcosa: più attenzione, più umiltà, una certa fiducia nel fatto che il percorso esiste anche quando non lo vediamo. Chi si è perso davvero — e ha attraversato lo smarrimento invece di fuggirlo — torna al cammino con uno sguardo diverso. Sa che la strada non è data una volta per tutte. Sa che si trova, si perde e si ritrova. E che in ognuno di questi passaggi c’è qualcosa da imparare.
«Non si torna mai nello stesso luogo. Si torna in se stessi, attraverso un luogo.»
I borghi che aspettano di essere ritrovati
Nei borghi italiani,ritrovareè un’esperienza quasi naturale — quasi come se questi luoghi fossero costruiti apposta per accogliere chi torna. Non il turista che passa, ma il viandante che ritorna.
C’è una differenza profonda tra visitare un luogo e ritrovarlo. La prima volta si è assorbiti dall’inventario — cosa c’è da vedere, cosa c’è da fotografare, cosa non bisogna perdere. La seconda, la terza, la quarta volta, qualcosa cambia. Il luogo smette di essere uno scenario e diventa un interlocutore. Si comincia a notare ciò che prima sfuggiva: la qualità della luce in quella piazza a quell’ora precisa, il modo in cui il vento suona tra i vicoli, il profumo che sale dai cortili la mattina presto. Si comincia a sentire qualcosa che assomiglia all’appartenenza — non al luogo in senso geografico, ma a quel modo di stare nel mondo che il luogo insegna a chi è disposto ad impararlo.
Il territorio non cambia. Siamo noi a cambiare nel modo di guardarlo. E questo cambiamento, accumulato visita dopo visita, cammino dopo cammino, è forse la forma più duratura di conoscenza che il viaggio possa offrire.
i borghi italiani che aspettano di essere ritrovati
Tornare non è il contrario di partire
Esiste una visione del viaggio che lo riduce a uno schema lineare: partenza, percorso, arrivo. Ma chi viaggia davvero — chi cammina lentamente, chi sosta, chi si perde e si ritrova — sa che le cose non funzionano così. Il viaggio non è una linea. È una spirale.
Tornarenon è il contrario di partire. È un gesto radicalmente diverso, che contiene al suo interno tutto ciò che è accaduto nel mezzo. Si torna sempre trasformati — in modo impercettibile o in modo profondo, ma sempre trasformati. Il posto da cui si parte è lo stesso. Noi no.
C’è una certa tradizione spirituale, presente in molte culture del Mediterraneo, che considera il ritorno non come la fine del viaggio ma come il suo momento più denso di significato. Il pellegrino che torna al paese non è la stessa persona che è partita. Non perché abbia visto cose straordinarie — spesso non le ha viste. Ma perché il camminare lo ha cambiato dall’interno, come l’acqua cambia la pietra: lentamente, invisibilmente, in modo irreversibile.
Ritrovare se stessi
L’arte del ritrovareè, in fondo, sempre un viaggio interiore. È il momento in cui ciò che abbiamo vissuto — le soste, le deviazioni, gli smarrimenti, i silenzi — si ricompone in un disegno più chiaro. Non necessariamente più semplice. Più chiaro: con i contorni definiti, con le ombre al posto giusto.
Ritrovare se stessi non significa tornare a chi si era prima. Significa accogliere chi si è diventati. Riconoscere ciò che si è lasciato andare lungo la strada — certi modi di vedere, certe urgenze che sembravano imprescindibili, certe identità che si portavano come un peso senza sapere di farlo. E riconoscere, con la stessa onestà, ciò che si è scelto di tenere: una qualità di attenzione, una disponibilità all’inatteso, un modo più lento e più presente di abitare il tempo.
È un ritorno che non coincide mai con il punto di partenza. È un ritorno trasformato — che porta con sé la promessa di una prossima partenza.
Il dono del cerchio
Sostare, vedere, sentire, percepire, perdersi,ritrovare,tornare. Sette gesti che compongono un cerchio — non una sequenza lineare ma un ciclo, come le stagioni, come il respiro, come il ritmo di un cammino che non ha una meta unica ma si rinnova ogni volta che ci si rimette in movimento.
Il dono di questo cerchio non è il punto di arrivo. È la qualità dello sguardo che si acquisisce percorrendolo. La capacità di fermarsi quando è il momento. Di aprire gli occhi quando si è tentati di chiuderli. Di ascoltare con tutto il corpo, non solo con le orecchie. Di accettare lo smarrimento come parte del percorso. Di riconoscere, nel ritorno, non una fine ma una soglia.
Ogni cammino — reale o simbolico, tra i vicoli di un borgo o dentro di sé — porta con sé questa promessa: quella di riportarci, prima o poi, a ciò che conta davvero. Non dove eravamo partiti. A ciò che eravamo prima di dimenticare di esserlo.
«Tornare non è un atto di resa. È il gesto con cui il viaggio si compie — e già si prepara a ricominciare.»
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