
I Cammini dello Spirito — Tappa XVIII
La Sintesi di Pietra
Otranto e il Mosaico che Racchiude il Mondo
Ritorno alla cattedrale, dove libro, icona e voce si ricompongono in un solo grande albero
di Dino Savaiano · Voci dal Territorio
«Un monaco solo, in due anni, non scrisse un libro né dipinse un’icona: mise sotto i piedi di chi entra l’intero sapere del proprio tempo.»
Il Ritorno alla Città delle Torri
Da Corigliano d’Otranto, cuore della Grecìa Salentina, il cammino torna verso il mare da cui era partito: poco più di venti chilometri, una ventina di minuti d’auto, che riportano il viandante a Otranto dopo aver attraversato libro, icona e voce. È un ritorno circolare, e non casuale: perché nella Cattedrale di Santa Maria Annunziata, proprio a Otranto, si trova l’opera che di queste tre eredità costituisce la sintesi più ambiziosa mai tentata nel Salento bizantino.
Da Corigliano d’Otranto, cuore della Grecìa Salentina
Ferragosto a Otranto
Pantaleone, l’Allievo di Casole
Tra il 1163 e il 1165, su commissione del vescovo Gionata, il presbitero Pantaleone realizza l’intero pavimento della cattedrale in mosaico: circa seicentomila tessere di calcare locale, distese su trecentoquaranta metri quadrati, per un’opera che resta tra i cicli musivi più importanti del Medioevo italiano. Di Pantaleone non restano notizie biografiche dirette, se non quelle che lui stesso incide nelle tre iscrizioni latine disseminate nel mosaico, ma la corrispondenza tra le figure zoomorfe rappresentate e le descrizioni delPhysiologus, il bestiario tardoantico molto diffuso nei cenobi basiliani, ha portato gli studiosi a concludere che il mosaicista si fosse formato proprio presso il Monastero di San Nicola di Casole, la cui biblioteca, già nel XII secolo, era tra le più importanti d’Occidente.
formarsi proprio presso il Monastero di San Nicola di Casole
Si tratta della medesima cultura greco-bizantina che, un secolo prima a Carpignano Salentino, aveva visto impressa la firma di Eustazio e Teofilatto. Pantaleone, il cui percorso si è formato a Casole, ne incarna l’evoluzione finale e più grandiosa: superando la singola parete affrescata, giunge a trasformare un intero pavimento in una vera e propria enciclopedia di pietra.
a Carpignano Salentino aveva lasciato la firma di Eustazio e Teofilatto
L’Albero che Contiene Tutto
Al centro del disegno si sviluppa un grande Albero della Vita, che nasce dal dorso di due elefanti e risale l’intera navata fino al presbiterio, dividendosi in rami popolati da animali reali e fantastici: leoni, cervi, unicorni, sfingi, grifoni. Lungo il suo sviluppo si dispongono scene bibliche: il peccato originale, la costruzione dell’arca di Noè, la Torre di Babele, accanto a episodi che nulla hanno di scritturale: le imprese di Alessandro Magno in India, la Regina di Saba e Re Salomone, e persino frammenti del ciclo bretone, con Artù, Ginevra e il mago Merlino.
In un angolo della composizione, dodici tondi raffigurano i mesi dell’anno con i relativi lavori agricoli e segni zodiacali: il tempo umano, ciclico e stagionale, incastonato nello stesso disegno del tempo sacro dell’Albero. È come se Pantaleone avesse voluto che nessuna forma di sapere del proprio tempo — teologico, storico, agricolo, leggendario — restasse fuori dal disegno.
«Nessuna forma di sapere del proprio tempo doveva restare fuori dal disegno: il pavimento come enciclopedia, non come decorazione.»
La Quarta Custodia: la Sintesi
Se Casole custodiva il libro, Carpignano l’icona e la Grecìa Salentina la voce, Otranto aggiunge la quarta e ultima forma di custodia di questo trattato ionico: la sintesi. Non un supporto nuovo, ma la ricomposizione di tutti i precedenti in un’unica immagine totale. L’Albero della Vita non racconta una sola storia: le contiene tutte — bene e male, sacro e profano, Bibbia e leggenda cavalleresca — sullo stesso tronco. È la stessa ambizione enciclopedica che aveva animato loscriptoriumdi Casole, tradotta qui non in pagine ma in tessere, non per essere letta ma per essere camminata, letteralmente, sotto i piedi di ogni fedele che entra in chiesa.
Il 1480: la Cattedrale che Sopravvisse
Nello stesso anno in cui l’assedio ottomano travolgeva San Nicola di Casole, disperdendone per sempre la biblioteca, la città di Otranto subì il proprio momento più tragico: la cattedrale stessa fu teatro degli eventi che la storia ricorda come il martirio degli Otrantini del 1480, le cui reliquie sono tuttora custodite proprio in questo edificio. Eppure il mosaico di Pantaleone, steso sotto i piedi di chi in quei giorni cercò rifugio tra quelle mura, sopravvisse quasi intatto: un’enciclopedia di pietra che l’assedio non riuscì a cancellare, a differenza della biblioteca di carta di Casole, andata perduta per sempre.
C’è qualcosa di istruttivo in questa differenza di sorte. Il libro, per quanto nobile, resta fragile: brucia, si disperde, si dimentica in un pomeriggio di assedio. La pietra composta in tessere, calpestata per otto secoli da milioni di passi, resiste ancora oggi, leggibile, a chi sa chinare lo sguardo verso il pavimento invece che verso l’alto delle navate.
Voci dal Territorio: il Cerchio si Chiude
Con Otranto, la Via dello Ionio completa il proprio trattato in quattro movimenti: libro, icona, voce, sintesi. Dal Patirion di Rossano fino a questo pavimento, il monachesimo italo-greco ha attraversato il mare non come confine ma come infrastruttura, lasciando in eredità non rovine da compiangere ma un sistema vivo di trasmissione: testi, immagini, lingua, e infine una sintesi capace di contenerli tutti sotto un unico albero. Chi cammina fino a qui, e si ferma a guardare davvero il pavimento su cui sta, cammina letteralmente sopra mille anni di storia bizantina d’Italia.
Dal Patirion di Rossano fino a questo pavimento
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