
VERSO ANABASI • RACCONTO IV
Fra Tersiano del Silenzio Bianco
Greccio • Vigilia di Natale • la Città che viene
Fosso Ravi • Greccio, Rieti • 705 metri • neve
“La vera luce abita i randagi. Quelli che sanno restare svegli nel buio quando il resto del mondo torna a dormire.”
Fra Tersiano
Nel cuore dell’alba che segna lo scadere delle mie settantadue ore ventre della terra, la quiete delGrundviene incrinata da una vibrazione sottile. Sento una voce che proviene contemporaneamente dall’esterno del canyon e da un posto che non ha una posizione geografica precisa:
«Dove sei?»
Prima ancora di sentire la voce, sento il grido: un richiamo acuto, tagliente come cristallo, che scende dal bordo della gola sopra di me. Non è il verso di nessun rapace che conosca: è più lungo, più preciso, come se qualcuno avesse teso una nota nel silenzio del canyon e poi l’avesse rilasciata. Solo dopo quel grido arriva la voce.
La domanda è l’arcaicoHinenibiblico, l’interrogativo primordiale che il Mistero rivolge all’anima smarrita. Mi giro verso l’apertura ad arco della grotta. Lo shock visivo è violento: dopo tre giorni di oscurità solida, la luce invernale rifratta dalla neve è un muro bianco, accecante, quasi fisico. Nel mezzo di quel candore si staglia una sagoma scura in controluce, che ripete con calma fermezza:
«Dove sei?»
Con la gola impastata dal sapore ferroso delle ore nella pietra, ma con il cuore colmo di un’ubbidienza che non avevo mai provato prima, rispondo:
«Eccomi.»
Una parola sola. La resa totale. La disponibilità di chi ha smesso di opporre resistenza all’inverno.
I. Fra Tersiano
Con gli occhi socchiusi esco dall’antro, affondando i piedi nella neve fresca che ha ricoperto il Fosso Ravi. La tormenta è passata, lasciando un’aria rarefatta e pura, il tipo di aria che esiste solo nelle prime ore dopo una nevicata, quando il mondo non ha ancora rimescolato tutto.
L’uomo in controluce fa un passo avanti. Indossa un saio ruvido, del colore della pietra calcarea. Si presenta con la limpidezza di una sorgente d’alta quota: dice di chiamarsi Fra Tersiano. Spiega che, passando lungo la strada isolata sopra la gola, ha notato l’Eremo Mobile sommerso dalla neve. Incuriosito, ha seguito le mie tracce fresche scendendo nel canyon.
Il suo nome risuona dentro di me con la forza di un’etimologia: Tersiano, colui che appartiene alla stirpe della chiarezza e della trasparenza, colui che terse la nebbia degli occhi.
Il mio sguardo, reso limpido dall’anabasi interiore, si posa sui dettagli della sua figura. Al collo porta la Croce del Tempo Sacro: l’asse orizzontale in pietra nera per ilChronos, l’asse verticale in oro per ilKairos, e al centro il Cuore Rosso che pulsa come ilNous. Sul dito medio risplende l’Anello Solare del Contadino. Nella mano sinistra stringe un Bordone, il bastone del pellegrino, sormontato da una piccola gabbia geometrica aperta in cima. Quando lo affonda nella neve per prendere appoggio, il suono che produce non è quello ordinario del legno sul ghiaccio: è più basso, più lungo, come una corda tesa che vibra ancora dopo che il dito l’ha lasciata. Un diapason. L’aria intorno si fa per un momento più nitida: i contorni della gola del Fosso Ravi più definiti, il bianco della neve più vivo. Il ferro consumato a terra porta nel metallo la memoria di mille sentieri percorsi prima di questo.
Mi guarda con occhi fissi, immensi, che non battono mai le ciglia. Le sue pupille sono specchi perfetti: chi lo guarda non vede gli occhi di Tersiano, ma vede riflessa la propria anima senza maschere.
Lo sguardo assoluto di chi mantiene un’osservazione costante sulla realtà per impedirne il collasso.
«Il tuo cammino non è interrotto, Itinerrante. La macchina si ferma solo quando l’anima ha bisogno di camminare a piedi nudi nel fondo della terra. Ora che hai ricordato chi sei, la via per Greccio ti è aperta.»
II. Il falco e la Valle Santa
Risaliamo la gola affondando gli scarponi nella neve fino all’Eremo Mobile. Inserisco la chiave nel cruscotto senza traccia d’ansia e giro il contatto. Il motore si avvia all’istante con un rombo fluido. Il guasto non era che una parentesi, un blocco necessario affinché lo scheletro e la carne compissero l’incubazione sotterranea.
Ci mettiamo in marcia. Lungo i tornanti innevati, un falco dal camuffamento bianco vola a bassa quota anticipando la traiettoria dell’auto, tracciando una linea invisibile nel caos bianco della vallata. Sotto la sua guida alata, l’Eremo Mobile scivola sicuro verso il cuore della Valle Santa.
Durante il tragitto, Fra Tersiano parla con la stessa misura con cui camminava nella neve, senza mai sprecare un passo. Mi racconta del nobile Giovanni Velita che aiutò San Francesco a realizzare nella roccia il primo Presepio della storia nell’inverno del 1223. Quella grotta, quella notte, quel bue e quell’asino: non teatro della pietà popolare, ma rottura radicale con la logica del potere.
Arriviamo a Greccio nel pomeriggio della Vigilia di Natale.
Il borgo, a 705 metri di altitudine, si rivela come un austerocastrummedievale in pietra calcarea sviluppato a cerchi concentrici attorno alla Torre Campanaria seicentesca. Il paese è diviso in due dal fitto bosco di lecci: il nucleo fortificato e l’eremo del santuario, scavato e sospeso nel vuoto della roccia viva.La stessa logica della Celluca, ma invertita. Quella era discesa: questa è il punto in cui la discesa diventa risalita.
III. La cena al Nobile Giovanni Velita
Fra Tersiano mi conduce tra i vicoli fino all’osteria intitolata al nobile che aprì la roccia a San Francesco. Ci sediamo a un tavolo d’angolo vicino al camino. Il calore del legno che brucia dopo tre giorni di sei gradi è qualcosa che non si descrive senza sminuirlo.
I Cannelloni alla Francescana
Pasta fresca fatta in casa ripiena di tenero vitello aromatizzato, formaggio cremoso e tartufo locale: il tartufo della Sabina, nero e intenso, con quel retrogusto di bosco e pietra umida che non ho mai trovato altrove con la stessa fedeltà. Fra Tersiano versa nei calici un Colli della Sabina Bianco DOC (Malvasia e Trebbiano), la cui freschezza nitida e la mineralità ripuliscono la bocca dalla cremosità del formaggio e dal grasso del vitello senza aggredirli. Il tartufo rimane libero di fluttuare sul palato come una nota tenuta.
L’Anatra farcita della tradizione sabina
Ricetta densa e succulenta, accompagnata da patate al forno tagliate a tocchi grandi e profumate con aglio e finocchietto selvatico, quello che cresce spontaneo sui versanti della Valle Santa, con un’intensità più verde e più selvatica di quello coltivato. Un calice di Colli della Sabina Rosso DOC: il corpo del Sangiovese con la spalla solida del Montepulciano sorregge l’impatto della carne e contrasta la grassezza del piatto, mentre le notespeziate dell’affinamento si fondono con il finocchietto in un accordo che non avevi previsto ma che sembra inevitabile.
Il Terzetto natalizio
Ciambelline al vino bianco, cantuccini con le noci e il Terzetto a base di miele, frutta secca e mosto cotto: i dolci della tradizione contadina che non cercano eleganza ma sanno di casa, di buio e di inverno superato. Abbinati a un calice di passito locale (Malvasia e Trebbiano appassiti), ricco di note di frutta candita e miele, che sposa la struttura del Terzetto e la croccantezza dei cantuccini. Il calore del passito entra nella cassa toracica come un’ultima conferma.
IV. La Città che viene
Paghiamo il conto in silenzio. Fra Tersiano posa il calice, mi fissa con i suoi occhi immensi e introduce la dimensione noetica di questa notte con la stessa naturalezza con cui aveva descritto il falco:
«Questa notte della Vigilia non celebra un fatto cronologico confinato a Betlemme. Sant’Agostino, nella Città di Dio, ci ha lasciato la mappa: l’Incarnazione è l’istante in cui il Re della dimensione increata pone la sua dimora nella storia. La fondazione mistica della Città che viene. C’è la prima venuta nella povertà della carne e la seconda venuta escatologica. Ma c’è un dettaglio profondamente agostiniano che gli uomini dimenticano ogni anno: non c’era posto per loro nell’albergo. Quell’albergo è la Città Terrena, chiusa nel proprio egoismo. L’Essere Divino nasce fuori dalle stanze del potere. Nasce nella nudità di una grotta, esattamente come la Celluca che ti ha ospitato, per fondare una cittadinanza alternativa basata sull’umiltà. La luce vera abita i randagi. Quelli che sanno restare svegli nel buio dell’inverno quando il resto del mondo torna a dormire.»
Resto in silenzio. Non perché non abbia niente da dire, ma perché ciò che ha detto Fra Tersiano non chiede risposta: chiede riconoscimento.
E io lo riconosco.
V. La roccia e la Vigilia
Fuori, sotto la Torre Campanaria, la notte della Vigilia è immobile e stellata. I due chilometri di bosco di lecci ci separano dall’eremo rupestre, dove la roccia attende di mostrarci il mistero della carne che si fa luce.
Le fiaccole della rappresentazione si sono appena spente sulla roccia viva del santuario. Ma l’occhio, ormai terso dal buio della caverna, continua a vedere. Fra Tersiano è fermo accanto a me sul ciglio del dirupo. Il Bordone tocca il bordo del dirupo con leggerezza, il ferro consunto risuona contro la pietra come un’ultima campana. Il suo anello solare rispecchia l’ultimo raggio di un crepuscolo che sembra non voler cedere del tutto. I suoi occhi fissi custodiscono qualcosa che non si nomina.
La Conca Reatina tace sotto il suo mantello di neve.
La pietra trattiene il respiro.
· · ·
In quella sospensione totale capisco che l’Anabasi non finisce qui. Non finisce davanti al Presepio della roccia, non finisce con la cena, non finisce con nessun traguardo nominabile. L’Anabasi è la struttura permanente del cammino, la risalita continua verso ciò che si è sempre stati, che non è mai un punto di arrivo ma una direzione. Un orientamento.
La Città che viene non si costruisce: si riconosce. Ed è sempre stata qui, nel buio della Celluca, nella neve del Fosso Ravi, nel tartufo dei cannelloni, nel silenzio di un falco bianco che conosce la strada.
Manca solo un battito all’ora zero…(continua: Noxnatalis)
di Dino Savaiano
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