Ottobre 23, 2026
Statue stele e arte rupestre evocate nella Grotta Celluca

VERSO ANABASI • RACCONTO II

Il Codex della Carne e della Pietra

Le posture degli antenati nel buio della Celluca

Grotta Celluca• secondo giorno • oscurità totale

“Il corpo stesso, tenuto in posizioni precise, diventa lo strumento del varco.”

memoria cellulare

di Dino Savaiano

Mi sveglio senza riferimenti temporali. Non so se è giorno o notte, se ho dormito un’ora o dieci. Non importa.La grottanon conosce queste distinzioni e dopo un po’ nemmeno io. Muoversi al buio per afferrare una barretta dalla tasca, bere dalle pareti che stillano, questi gesti diventano rituali, non perché li abbia decisi, ma perché il buio trasforma ogni azione necessaria in qualcosa di deliberato.

Privato degli stimoli esterni, i sapori esplodono in bocca con un’intensità che non conoscevo. Una barretta di cioccolato fondente è una rilevazione. L’acqua che gocciola dalla roccia è la cosa più pulita che abbia mai bevuto. Il cervello immerso nella privazione sensoriale lavora diversamente: le frequenze ordinarie rallentano, le percezioni sottili si schiudono.

L’oscurità cessa di essere uniforme. Comincia a mostrare sfumature iridescenti: strisce luminose di blu profondo e azzurro, fosforescenze che non appartengono alla pietra ma agli occhi che cercano luce dove non c’è. Non è allucinazione. È adattamento. Il corpo che usa tutto ciò che ha.

I. La colonna di pietra

Poi, dal buio, emerge qualcosa di diverso.

Una colonna di pietra grigia intagliata, istoriata con un bassorilievo di figure umane, animali, mani tese verso l’alto. Chiudo le palpebre, le riapro. La colonna resta lì, immobile, per lunghi minuti prima di sfumare. Le incisioni cominciano a muoversi appena, come se respirassero. Quella figura scarna, incisa migliaia di anni fa nella roccia di una grotta come questa, non è un oggetto da museo: è un corpo che ne ricorda un altro.

Il mio.

Capisco qualcosa che non avrei potuto capire alla luce del giorno: il corpo tenuto in posizioni precise era, per chi ci ha vissuto prima di noi, uno strumento. Una tecnologia sacra degli antenati per sintonizzare l’antenna biologica dell’uomo con il Grande Mistero. Non metafora. Tecnica.

Guidato da una memoria che non saprei spiegare ma che il buio ha reso accessibile, comincio.

II. Le tre posture

L’Orante Camuno

Divido i piedi leggermente più larghi delle spalle, ruotandoli all’esterno con le ginocchia morbide. Sollevo i gomiti all’altezza delle spalle con gli avambracci verticali a formare una U geometrica, i palmi rivolti verso l’alto, le dita tese a cercare il soffitto della grotta che non riesco a vedere. Apro lo sterno in avanti. Con la mano destra tocco la parete umida: quel contatto diventa un amplificatore tattile. Sento il battito del cuore sincronizzarsi con qualcosa che viene dalla pietra, più lento del mio. Il respiro si fa clavicolare. I palmi si accendono di un calore improvviso, inaspettato, preciso, come se le dita fossero antenne tese a ricevere. Resto così. Non conto i minuti.

Il Guerriero della Lunigiana

Transito verso il contenimento. Stringo i piedi paralleli ai fianchi. Sollevo i gomiti a novanta gradi; le mani convergono e si incontrano davanti al plesso solare, i palmi uniti senza forzare. Retraggo il mento per raddrizzare l’asse della colonna vertebrale. È una postura di raccoglimento totale, di compressione verso l’interno. Lo scheletro diventa un blocco compatto. I pensieri ordinari non trovano appigli. Sotto la lingua percepisco una salivazione ferrosa, il sapore del sangue, della terra, del metallo antico. La mente tace non perché abbia trovato risposte, ma perché ha smesso di fare domande.

Il Vortice di Porto Badisco

La pietra impone il movimento. Allargo le gambe, piego le ginocchia. Distendo il braccio destro verso l’alto con il palmo aperto al soffitto invisibile e fletto il sinistro verso il basso, parallelo al fango del pavimento. Da questa asimmetria geometrica inizio una rotazione lenta, continua, millimetrica del busto sul perno della colonna vertebrale. Il respiro diventa circolare: non so se sto inspirando o espirando, il gesto si chiude su se stesso. Una vertigine sacra sale dalla base della schiena verso la nuca: la sensazione che la spina dorsale si stia allungando nelle viscere della montagna, che il mio asse verticale coincida con qualcosa di più antico del mio nome.

III. Il protocollo del ritorno

Al termine delle tre posture, il corpo chiede cautela. Non mi alzo di scatto. Mi siedo sul fondo della grotta e appoggio i palmi nudi e piatti alla pietra, lasciando che la roccia assorba l’eccesso di carica, come si scarica un condensatore, con la stessa logica fisica e la stessa semplicità. Muovo lentamente il collo. Bevo un sorso d’acqua fredda dalla borraccia. Rimango immobile per un minuto di silenzio assoluto.

La colonna di pietra è svanita. Ma la sua mappa è stampata nella carne.

Non nella memoria. Nella carne.

Questa è la differenza.

Verso Anabasi • racconto I

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