
Verso Anabasi
La Mia Città Che Viene
“La luce vera non nasce dal consenso. Nasce dal coraggio di chi resta al buio.”
voce nella grotta
VERSO ANABASI • RACCONTO I
Il Ventre, l’Illusione e i Randagi
La Grotta Celluca • Fosso Ravi • Sabina
Fine dicembre • notte • quota sconosciuta
“Veglia. Non come insonnia, ma come Presenza Attenta.”
appunti sulla soglia del 24 dicembre
Giro la chiave dell’Eremo Mobile e il motore tossisce un calore antico, l’ultimo riparo metallico che mi separa dal gelo di fine anno serrato sulla pietra di Sant’Andrea aReopasto. Editta e Lucidia sono svanite comesi disfano i sogniall’alba,
lasciando dietro di sé soltanto la purezza geometrica di un occhio che ha ricominciato a vedere. La mia meta è Greccio. Cerco il mistero della carne che si fa luce nella povertà della roccia. Ma la Sabina non si lascia attraversare come una mappa lineare: esige sempre un tributo di presenza radicale.
I. La tormenta
In inverno, queste curve isolate si coprono d’improvviso di ghiaccio. Il cielo si fa pesante come piombo e una nevicata violenta azzera i confini dell’asfalto. Il tergicristallo si muove con ritmo ipnotico, ma la coltre bianca trasforma la strada in un labirinto privo di rotta. I cartelli svaniscono, inghiottiti dal bianco. L’auto arranca in salita finché le ruote slittano e il musetto va fuori dalla carreggiata. Il motore si spegne. Non riparte. Il cellulare non trova segnale in queste gole profonde.
Non c’è nient’altro da fare. Prendo lo zaino, il sacco a pelo, le poche provviste rimaste. Metto i piedi nella neve.
Mi metto in marcia a testa bassa, risalendo il letto tormentato del Fosso Ravi. Il canyon selvaggio si stringe tra pareti verticali coperte di muschio e ricami di ghiaccio. Tra i rovi si apre un arco naturale nel fianco della montagna: la Grotta Celluca. Entro. Il pavimento è fango e foglie secche. Accendo la torcia del telefono per misurare lo spazio. La batteria muore.
Il buio crolla su di me. Solido. Totale.
II. Il ventre
La grotta non è soltanto pietra umida. È la proiezione fisica del mio stesso ventre: un abisso primordiale che mi ha inghiottito con la stessa indifferenza con cui inghiotte tutto il resto. L’aria sa di terra bagnata e di segreti sepolti. Rannicchiato nel punto più profondo, dove lo stillicidio delle stalattiti è l’unico battito vitale, sento per la prima volta cosa significa la mancanza della luce, non come assenza, ma come presenza di qualcosa d’altro.
L’umidità è una morsa. Ma la temperatura interna della grotta si stabilizza intorno ai sei gradi: un paradosso termico che mi salva dal congelamento senza che io abbia fatto niente per meritarlo. Privato della vista, l’udito si amplifica fino a diventare quasi insopportabile. Sento il sibilo del vento che fustiga il canyon, il fruscio di qualcosa che si muove negli anfratti. Non so cosa. Non chiedo.
Nel cuore della notte, dalla pietra o dalla stanchezza o da qualcosa che non ha nome, una voce:
La lampada del corpo è l’occhio. Se il tuo occhio è limpido, tutto il tuo corpo sarà illuminato; ma se il tuo occhio è cattivo, tutto il tuo corpo sarà nelle tenebre.
E subito dopo, come un’eco che non appartiene all’eco:
«La luce non nasce dal consenso, ma dal coraggio di chi resta al buio. Non è la luce che manca: è l’occhio che deve riaprirsi. Non sei spezzato. Non sei perduto. Devi solo ricordare.»
III. La visione e i randagi
Nell’isolamento sensoriale totale, la privazione fa quello che la mente vigile non permetterebbe: apre. La mia mente rallenta la sua frequenza ordinaria elascia salire immaginiche normalmente filtrerebbe come sentimentali o inutili.
Vedo il mio ultimo Natale. Le risate, i colori caldi degli abiti, l’abbraccio della famiglia, l’odore buono del cibo festivo. Un’esplosione di calore che riscalda per un momento le pareti gelide della Celluca. Non è nostalgia. È gratitudine pura, non mediata da nessuna narrazione su di me.
Poi la visione prosegue. Mostra il rovescio.
Finiscono le feste. Si spengono le luci, si smontano le frasi buone e si tolgono le maschere. Il mondo fuori torna a correre, a giudicare, a pretendere che tu rientri nei ranghi. Il Natale borghese è una sospensione momentanea della crudeltà ordinaria. Una parentesi che dura quanto dura, poi si chiude su se stessa e tutto torna com’era.
Dopo la festa resta chi non recita.
I randagi, quelli che la normalità non ha mai incluso, quelli che sanno stare nel buio senza fingere che sia luce, quelli che non chiedono permesso per continuare a camminare quando gli altri si rimettono in fila, quelli restano svegli. Non per scelta romantica. Per costituzione. Il freddo della grotta non è diverso dal freddo che certi uomini portano dentro tutto l’anno senza che nessuno se ne accorga. Ma chi ha imparato a starci dentro, nel freddo, non ha paura della temperatura. Ha paura soltanto di dimenticare che era capace di sopportarla.
Invece di scivolare nella disperazione, lascio fluire il malessere come un’onda sugli scogli. Cerco, uno a uno, i motivi per essere grato: per il freddo, per l’acqua di sgrondo che mi disseta, per la solitudine che non è abbandono ma libertà. Un’ondata di gratitudine mi investe il petto con la stessa violenza con cui mi aveva investito la tormenta.
L’antro di prigionia si trasforma in un utero.
Non so quando smetto di pensare e comincio soltanto a respirare. So che quando succede, la grotta cambia. Non fisicamente. Cambia la qualità del silenzio.
Verso Anabasi • racconto I
di Dino Savaiano
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