Ottobre 23, 2026
Le tre posture di Orante Viaggiare per viaggiare

Il Corpo nella Pietra

Orante, Stele e Spirale: le tre posture dell’Italia rupestre

di Dino Savaiano

Prima della parola, il gesto.

Prima del tempio, la roccia.

In Italia, le due cose si incontrano ancora.

Nel buio della Grotta Celluca, in Sabina, l’Itinerrante assume tre posture: l’Orante, il Guerriero della Lunigiana, il Vortice di Porto Badisco. Chi ha letto ilRacconto II di Verso Anabasisa come finisce: la colonna di pietra svanisce, ma la sua mappa resta stampata nella carne. Chi è partito dalRacconto Iha già attraversato quel buio insieme a lui.

Il buio appartiene al racconto. Le figure da cui nasce, invece, appartengono alla carta geografica. Esistono davvero, stanno in luoghi con un nome e un indirizzo, e sono molto più antiche di qualsiasi storia che si possa scrivere su di loro. Questo articolo fa il lavoro del cartografo: dice dove si trovano, che cosa sappiamo, dove finisce il dato e comincia l’ipotesi, e come ci si avvicina.

Tre luoghi, tre pietre, tre modi di mettere un corpo nel mondo. Si parte da Nord.

I. Una mappa onesta

Prima di mettersi in cammino conviene chiarire una cosa, perché il viandante merita di sapere su che terreno cammina. Gli archeologi descrivono figure: un antropomorfo con le braccia alzate, una statua con le mani sul petto, un pittogramma a spirale. Non sostengono che quelle figure siano istruzioni per il corpo. Per i siti italiani, a quanto risulta, non esiste uno studio archeologico che lo affermi.

L’idea che una figura antica possa essere letta come una postura, e che quella postura possa diventare una porta, ha un’origine precisa. Si deve a Felicitas Goodman, antropologa nata a Budapest nel 1914 e vissuta poi negli Stati Uniti, dove si addottorò in antropologia culturale nel 1971 e dove nel 1978 fondò il Cuyamungue Institute, in New Mexico. Goodman raccolse posture dall’arte antica e dalle fonti etnografiche di molte parti del mondo, e propose che tenerne una per circa quindici minuti, accompagnata da un ritmo costante di sonaglio o di tamburo, potesse favorire stati di coscienza non ordinari. Secondo chi ne continua il lavoro, misurazioni condotte negli anni Ottanta nei laboratori di Monaco e di Vienna avrebbero rilevato variazioni ormonali nei partecipanti. È un filone di ricerca reale, con una sua storia e una sua comunità. Resta però una linea minoritaria, portata avanti in gran parte dentro il suo stesso cerchio, e non un fatto assodato dalle neuroscienze.

Le tre posture del racconto, dunque, sono una lettura: un gesto che il corpo di oggi compie davanti a figure di ieri. Non per questo sono meno vere come esperienza di viaggio. Lo restano a una condizione: che la lettura venga dichiarata per quello che è.

Le figure sono un dato.

Le posture sono una lettura.

Il viaggiatore ha diritto di conoscere la differenza.

II. L’Orante: Naquane, Valcamonica

La Valcamonica, in provincia di Brescia, è stato il primo sito italiano iscritto nella lista del Patrimonio Mondiale dell’Unesco, nel 1979. Sulle sue arenarie permiane, levigate dai ghiacciai, sono state incise nell’arco di circa ottomila anni centinaia di migliaia di figure: le stime oscillano tra duecento e trecentomila. Carri, cavalieri, scene di fabbro, edifici stilizzati, la celebre rosa camuna. E poi loro, gli oranti.

L’orante è la figura più semplice e più ostinata del repertorio: un essere umano ridotto a pochi tratti, le gambe divaricate, le braccia rivolte al cielo. Il nome rimanda al gesto della preghiera antica, e la lettura come invocazione è degli archeologi che hanno studiato la valle, a cominciare da Emmanuel Anati e dal Centro Camuno di Studi Preistorici, che fondò nel 1964. È un’ipotesi autorevole, non una certezza. Lo stesso motivo schematico ricorre del resto in culture lontanissime, e c’è chi si chiede se non sia una creazione nata più volte, in modo indipendente, dal semplice gesto di un corpo che si apre.

L’area dove questa figura è più presente è quella di Capo di Ponte, e il parco più semplice da visitare è quello di Naquane. Istituito nel 1955, è stato il primo parco archeologico italiano: circa quattordici ettari di bosco tra i quattrocento e i seicento metri di quota, con oltre un centinaio di rocce incise e cinque percorsi di visita lungo tre chilometri di sentieri facili. La Grande Roccia da sola ne conta più di duemila, e sulla roccia 35 si trovano il cosiddetto Sacerdote che corre e la Scena del fabbro. Secondo gli studi di Anati alcune incisioni risalgono al Neolitico, ma la maggior parte appartiene all’età del Ferro.

La postura dell’Orante, nel racconto, traduce in un corpo vivo quella geometria: i gomiti all’altezza delle spalle, gli avambracci verticali a formare una U, i palmi aperti verso l’alto. È una traduzione, non una copia. Nessun incisore camuno ci ha lasciato un manuale: ci ha lasciato un’immagine, e ogni immagine, per chi la guarda a lungo, finisce per chiedere al corpo di rispondere.

Per arrivarci in treno si prende la linea Brescia-Edolo e si scende alla fermata di Capo di Ponte, da cui il parco si raggiunge con una ventina di minuti a piedi. Giorni e orari di apertura cambiano con le stagioni e conviene verificarli prima di partire sul portale dei musei statali, dove si acquistano anche i biglietti. A Capo di Ponte c’è anche il Museo Nazionale della Preistoria della Valle Camonica, che dà il contesto che i sentieri, da soli, non possono dare.

Un uomo di pietra con le braccia levate.

Il gesto è rimasto.

Il suo significato, no.

III. La Stele: Pontremoli, Lunigiana

Si scende poi verso la Lunigiana, la terra stretta tra la Toscana e la Liguria che il fiume Magra attraversa come un filo. Qui l’arenaria ha preso forma umana. Lungo la valle sono state ritrovate circa ottanta statue stele, divise dagli archeologi in tre gruppi a seconda delle armi e dei monili raffigurati, e scolpite tra l’età del Rame, alla fine del IV millennio a.C., e l’età del Ferro, tra il VII e il VI secolo a.C. Rappresentano figure maschili e femminili, e alcune prive di attributi di sesso, con la testa a semiluna, descritta a volte come un cappello di carabiniere, e il volto a forma di U.

Nelle più antiche compaiono braccia e mani, con le dita rese da semplici linee. Le figure femminili si riconoscono dai seni, quelle maschili hanno sotto le mani un pugnale. Chi fossero resta aperto: divinità legate all’ordine della natura, oppure ritratti di individui di un’élite in ascesa. La questione, a quanto risulta, non è chiusa.

Il museo che le raccoglie deve la sua nascita alla passione di un professore, Augusto Cesare Ambrosi, che dopo le ricerche degli anni Cinquanta e Sessanta mise insieme una prima raccolta a Casola in Lunigiana e volle poi riunire tutte le stele in un solo luogo. Quel luogo è il castello del Piagnaro, a Pontremoli, dove oggi il Museo delle Statue Stele Lunigianesi, intitolato proprio a lui, espone esemplari originali e calchi.

Il Guerriero della Lunigiana del racconto prende da qui il gesto di raccoglimento: le mani portate davanti al corpo, i gomiti piegati, il busto che si compatta. Il nome, però, è del racconto. Le stele non sono tutte maschili e non tutte portano armi, e chiamarle guerrieri è una scelta narrativa, not archeologica.

Pontremoli, in provincia di Massa-Carrara, è anche una tappa della Via Francigena, e il castello domina il centro storico dall’alto di una collina. Dal primo giugno al trenta settembre il museo risulta aperto tutti i giorni dalle dieci alle diciotto e trenta. In autunno e in inverno gli orari cambiano e vanno controllati prima di salire.

La pietra non ha occhi, ma sembra guardarti.

Le mani, invece, le ha:

e le tiene dove si tiene ciò che è prezioso.

IV. La Spirale: Porto Badisco, Salento

Poi il viaggio scende ancora, fino al tacco d’Italia, a pochi chilometri a sud diOtranto. A Porto Badisco una piccola baia chiusa tra le rocce nasconde l’ingresso della Grotta dei Cervi. Fu scoperta il primo febbraio del 1970 da cinque speleologi del Gruppo speleologico salentino “P. de Lorentiis” di Maglie, e per un po’ si chiamò Antro di Enea, perché la tradizione voleva che l’eroe virgiliano fosse sbarcato proprio lì. Il nome attuale viene dalle scene di caccia al cervo dipinte sulle pareti.

Sono circa tremila pittogrammi, tracciati con guano di pipistrello e ocra rossa lungo un dedalo di cunicoli che si sviluppa per circa un chilometro e mezzo. La scheda ministeriale li data al Neolitico, tra il 4000 e il 3000 a.C., e la grotta viene considerata il più imponente complesso pittorico neolitico d’Europa. Cacciatori, cani, cervi, impronte di mani, geometrie. E il cosiddetto Dio che balla, uno stregone danzante, tra le figure più note e la più esplicita nell’evocare il movimento.

Il motivo dominante è però un altro: la spirale. Secondo Elettra Ingravallo, paletnologa dell’Università del Salento, ricorre nei pittogrammi ed è la decorazione prevalente delle ceramiche rinvenute. Attribuirle un significato, vita e rigenerazione, la Dea Madre, è un’ipotesi diffusa ma non provata: i pittogrammi, a oggi, non sono stati decifrati. C’è chi ha avanzato l’idea di un santuario sotterraneo per riti di iniziazione, e la paletnologa Maria Laura Leone ha proposto di leggere le pitture alla luce degli stati modificati di coscienza e dei fosfeni, nel libro del 2009La Fosfenica Grotta dei Cervi. È una lettura affine, per spirito, a quella di Goodman, ma costruita sulle immagini della grotta.

Il Vortice del racconto è la traduzione in movimento di questo motivo: le gambe aperte, un braccio verso l’alto e uno verso il basso, il busto che ruota lentamente attorno alla colonna. Va detto con chiarezza che nessun pittogramma di Badisco documenta una rotazione del corpo. È il corpo di oggi che traduce una spirale in un gesto, ed è giusto che chi legge lo sappia.

E qui il viaggio ha il suo rovescio. La Grotta dei Cervi non si visita. L’umidità interna sfiora il cento per cento e la temperatura resta attorno ai diciotto gradi: la presenza dei visitatori altererebbe l’equilibrio che ha conservato le pitture per millenni. L’accesso è concesso solo per ragioni di studio, su richiesta formale alla Soprintendenza. Chi vuole avvicinarsi senza violarla può fermarsi nella baia di Porto Badisco e cercare poi le ricostruzioni: al Castello Aragonese di Otranto risulta allestita una mostra permanente con un documentario in 3D della grotta, e il Museo Faggiano di Lecce ospita una sala con sei diorami. Le informazioni disponibili non sono recentissime, quindi conviene verificare orari e disponibilità prima di partire. Per proseguire verso sud lungo quella costa c’è ilSentiero del Pane, il Salento da Otranto a Leuca.

Alcune soglie si custodiscono

proprio perché nessuno le attraversi.

Anche questo è un modo di essere custodi.

V. Il filo che lega le tre pietre

Se si guardano insieme, le tre figure disegnano un movimento. L’Orante sale: le braccia verso il cielo. La Stele raccoglie: le mani verso il petto. La Spirale gira: il corpo attorno al proprio asse. Alto, centro, basso. Nord, Centro, Sud, come li dispone il racconto. È la mappa che l’Itinerrante porta con sé: una mappa d’autore, non un dato archeologico, e proprio per questo va dichiarata come tale.

Gli antropologi chiamerebbero tutto questo liminalità: la condizione di chi sta su una soglia, non più quello che era e non ancora quello che sarà. Una roccia all’aperto, un museo dentro un castello, una grotta chiusa: tre modi diversi di stare davanti a un limite, e tre modi diversi di non poterlo attraversare del tutto. Sul tema della soglia il blog ha già un suo racconto,L’Arte della Soglia, a cui questo itinerario si affianca.

VI. Un’avvertenza da viandante

Le tre posture del racconto sono gesti semplici, ma restano un esperimento narrativo, non una pratica terapeutica. Chi vuole provarle lo faccia con il respiro naturale, su un terreno stabile, per tempi brevi, e si fermi al primo capogiro o formicolio. Il corpo non si forza: si ascolta. Vale più che mai per chi ha problemi di pressione, di equilibrio o di cuore. Vale anche per le pietre: nei parchi archeologici le incisioni non si toccano e non si calpettano, si guardano restando sui sentieri.

La pietra che resta

Il Corpo nella Pietra non finisce qui. L’Italia rupestre è molto più larga di tre luoghi, e le sue figure continuano a chiamare. Per ora basta una cosa: sapere che il racconto ha un indirizzo, e che quell’indirizzo si può avvicinare con un biglietto del treno e un paio di scarpe comode.

La pietra non ha fretta.

Il viandante, quando è bravo, impara da lei.

© RIPRODUZIONE RISERVATA · viaggiareperviaggiare.it

FAQ

1. Si può visitare la Grotta dei Cervi di Porto Badisco?

No. La grotta è chiusa al pubblico per motivi di conservazione: l’umidità interna sfiora il 100% e la temperatura resta intorno ai 18 gradi, un equilibrio che la presenza di visitatori altererebbe. L’accesso è riservato a richieste di studio tramite la Soprintendenza.

2. Qual è stato il primo sito italiano iscritto dall’UNESCO?

Le incisioni rupestri della Valcamonica, nel 1979: il primo sito italiano inserito nella lista del Patrimonio Mondiale dell’Umanità.

3. Cosa sono le statue stele della Lunigiana?

Sculture antropomorfe in arenaria, circa 80 ritrovate nella valle del Magra tra Toscana e Liguria, realizzate tra la fine dell’età del Rame (IV millennio a.C.) e l’età del Ferro (VII-VI secolo a.C.). Sono esposte al Museo delle Statue Stele Lunigianesi nel Castello del Piagnaro, a Pontremoli.

4. Cos’è un “Orante” nell’arte rupestre camuna?

È la figura più ricorrente tra le incisioni della Valcamonica: un corpo umano stilizzato con le braccia rivolte verso il cielo, letto dagli archeologi come gesto di invocazione o preghiera, anche se il significato esatto resta un’ipotesi, non una certezza.

5. Come si raggiunge il Parco di Naquane in Valcamonica?

In treno con la linea Brescia-Edolo fino alla stazione di Capo di Ponte, poi circa venti minuti a piedi. Orari e giorni di apertura cambiano con le stagioni ed è consigliabile verificarli sul portale dei musei statali prima di partire.

6. Le “posture” di Felicitas Goodman sono una pratica scientificamente provata?

No. Sono un filone di ricerca reale, nato dal lavoro dell’antropologa Felicitas Goodman e sostenuto da alcune misurazioni di laboratorio (Monaco 1983, Vienna 1987), ma restano una linea minoritaria, non un dato assodato dalle neuroscienze.